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Newsletter n. 20 20/12/2016

Università degli studi di Verona
in collaborazione con SWG S.p.a. - Trieste
L’Osservatorio sui Consumi delle Famiglie(OSCF) dell’ Università degli studi di Verona e la società SWG di Trieste sono lieti di presentarLe la newsletter sulle strategie di consumo delle famiglie. È un'iniziativa scientifica con lo scopo di monitorare con cadenza annuale gli orientamenti di consumo e lo stile di vita delle famiglie italiane.

OSCF - Newsletter (Dicembre 2016)

Indagine - OSCF 2016
Nota Metodologica
Questa Newsletter presenta i dati raccolti tra il 15 maggio e il 10 giugno 2016 nel corso di  un’indagine campionaria sul tema dei consumi degli individui residenti in Italia, con almeno 18 anni di età. Della costruzione del campione, della raccolta dei dati e della predisposizione del database si è occupata la società di ricerca SWG S.p.A. Il campione, composto da 2.007 casi, è stato selezionato all’interno del panel SWG composto da circa 60.000 iscritti (per questa indagine: totale dei membri della community invitati: 6.138; di cui fuori quota: 142). Per l’estrazione del campione, si è utilizzato un metodo di campionamento stratificato per quote, il cui universo di riferimento è stato identificato nella popolazione degli individui con almeno 18 anni di età, residenti in Italia all’1 gennaio 2015. Il campione è stato selezionato in base ai parametri di sesso, classe di età (18-24, 25-34, 35-44, 45-54, 55-64, oltre 64 anni) e area geografica di residenza (Nord-ovest, Nord-est, Centro, Sud, Isole). I dati sono stati raccolti attraverso la metodologia CAWI (Computer Assisted Web Interviewing). Al termine della rilevazione, si è provveduto ad una ponderazione ex post del campione, al fine di porre rimedio alle distorsioni derivanti potenzialmente dagli arrotondamenti in fase di definizione della numerosità campionaria e dalla non completa copertura delle quote stabilite nella fase di progettazione dell’indagine.
 
 
Buone notizie dal fronte della percezione della crisi economica
Finalmente, dopo diversi anni caratterizzati da un clima di difficoltà, di pessimismo e di sfiducia, nel 2016 sembra sia cambiato il vento. I dati ufficiali Istat, pur in un panorama di notizie altalenanti con trimestri in crescita e altri invece di stagnazione, mostrano complessivamente una lieve ripresa del Pil dell’ordine dello 0,7-0,8%. Al di là dei dati strutturali, dalle evidenze dell’Osservatorio emerge che sono l’umore e l’atteggiamento degli intervistati ad essersi modificati. L’Osservatorio ha sempre proposto, nelle rilevazioni che si sono succedute negli anni, alcune domande sugli effetti della crisi economica. Le risultanze empiriche più recenti mostrano che gli eventi e i comportamenti considerabili come diretta conseguenza della crisi economica hanno ridotto in modo consistente la loro incidenza all’interno del campione. Ad esempio, alla domanda: “Nell’ultimo anno la situazione lavorativa di uno dei membri della famiglia è peggiorata” rispondeva sì il 25,7% degli intervisti nel 2009 e il 31,6% nel 2012, mentre la percentuale quasi si dimezza nel 2016 (17,1%). 
 
 
 
Come si può notare dalla figura, analogo comportamento hanno quasi tutte le altre variabili considerate. Ad esempio, calcolando la percentuale complessiva d’intervistati che dichiarano di avere ridotto nell’ultimo anno le loro spese per diversi settori merceologici (alimentari, abbigliamento, arredamento, medicinali, prodotti tecnologici) si nota che, se nel 2009 era il 76,3% ad avere ridotto le proprie spese e nel 2012 era l’81,3%, nel 2016 “solo” il 61,5% ha ridotto le proprie spese in almeno una delle aree merceologiche indagate. Una conferma del dato precedente viene dalla domanda: “La crisi ha cambiato il modo di fare la spesa?”, nel 2009 rispondeva sì il 66,7%, nel 2012 il 77,6%, per arrivare poi a registrare il valore minimo (64,9%) nel 2016. Di andamento leggermente diverso sono i dati relativi alla capacità del reddito mensile di coprire tutte le spese familiari e quelli relativi alla richiesta di aiuti economici nell’ultimo anno. Nel caso dell’incapacità del reddito mensile di coprire tutte le spese familiari si nota un aumento delle percentuali a partire dal 2009 (19,2%), con un picco nel 2013 (25,3%) e un calo nel 2016 (20,6%), che però non scende al di sotto del valore del 2009. 
Se le variabili precedenti sul contenimento delle spese rilevano gli atteggiamenti degli intervistati di fronte ai venti di crisi, cioè, in sostanza, rilevano la loro reazione alla crisi, il dato sulla capacità del reddito di coprire le spese ci fornisce informazioni più oggettive sullo stato delle finanze familiari. Tale evidenza empirica mostra che è in atto un lieve miglioramento delle finanze familiari, che produce la sensazione di subire un minore impatto della crisi e (di conseguenza) una maggiore apertura nei comportamenti d’acquisto. Il dato è confermato anche dalle recenti previsioni Istat che stimano, nel 2016, una ripresa della domanda interna dell’1,2%. Tuttavia se, nella percezione degli intervistati, la crisi nell’ultimo anno ha effettivamente fatto sentire di meno il suo impatto sui bilanci familiari in termini di capacità di spesa delle famiglie, non siamo ancora ai livelli del 2009 o del 2010. Occorre poi tenere conto anche del fatto che nel 2016 non è diminuito il numero delle famiglie che ha chiesto aiuti economici. Il dato rimane più o meno ai livelli degli anni precedenti. Ciò a significare che probabilmente una quota dell’aumento della domanda interna potrebbe essere finanziata con un aumento dei debiti delle famiglie.
Ora, appurata la buona notizia circa la complessiva percezione di un minore impatto della crisi economica, cerchiamo di capire quali sono le categorie sociali che comunque avvertono maggiormente i morsi della crisi. Con le domande appena citate è stata costruita una variabile sintetica per misurare l’impatto della crisi sulle economie familiari. Ne è scaturito un indice che, standardizzato, varia tra 0 e 1, e presenta un valore medio di 0,47 con una deviazione standard di 0,22.
Per un terzo degli intervistati (il 29,6%) l’impatto delle condizioni economiche macro è decisamente basso. Il 52,7% ha subito un impatto medio e per il 17,7% l’impatto è stato invece forte. 
Analizzando il dato in relazione alle caratteristiche della popolazione, si può notare che le difficoltà del sistema economico si riverberano soprattutto sui rispondenti di sesso femminile, si concentrano al Sud e nelle Isole, così come nelle fasce d’età centrali, in particolare tra i 25 e i 54 anni. In sostanza subisce meno l’impatto della crisi chi è fuori dal mercato del lavoro per fattori di tipo anagrafico: le giovani generazioni, che probabilmente studiano ancora, e gli adulti anziani in pensione. È poi importante rilevare che, quanto alla composizione del nucleo familiare, l’impatto delle difficoltà del sistema economico si concentra sulle famiglie con figli, anche in quelle con un solo genitore. In sostanza, nonostante i tiepidi segnali positivi sul fronte dei dati strutturali e su quello degli atteggiamenti e del sentiment della popolazione, permangono le preoccupazioni per le difficoltà strutturali che caratterizzano l’economia del nostro Paese. In particolare la scarsa attenzione per le famiglie con figli. Si tratta di una fase del ciclo di vita di una persona che costituisce il tornante più duro da affrontare, anche perché, soprattutto rispetto ad altri paesi occidentali, è scarso, in Italia, lo sforzo per sostenere dall’esterno chi si sobbarca importanti compiti di cura ed educativi.
Sandro Stanzani
 
 
“Chi ha mangia. Chi non ha s’arrangia”
Il momento di crisi che interessa il nostro Paese ha costretto gli italiani ad attivare diverse strategie di consumo che mirano ad adattare il proprio stile di vita all’attuale situazione economica. Se la riduzione di spesa è un meccanismo quasi scontato, si registrano interessanti cambiamenti nel rapporto che i consumatori hanno con il cibo, in termini di dinamiche e abitudini alimentari.
In generale, come è normale che sia, si assiste ad una restrizione nei consumi alimentari, per quanto concerne le uscite a cena.
In particolare, il questionario somministrato chiedeva se, in questo difficile momento economico, fossero state attivate particolari strategie inerenti le cene fuori casa (dai luoghi scelti per mangiare alla nascita di nuove abitudini o alla trasformazione di quelle vecchie).
Emerge, innanzitutto, che tra i diversi luoghi adibiti ai pasti fuori casa (nel questionario tra le alternative proposte erano presenti: pizzeria, ristorante, a casa di amici/partner, fast-food, bar) quasi la metà degli intervistati (il 49,3%) dichiara di scegliere la pizzeria.
 
 
 
Per risparmiare, il 33% esce il meno possibile a pranzo/cena. Emergono come altre strategie di risparmio sono:
-l’aver imparato a cucinare o aver migliorato il proprio modo di cucinare per preparare cene migliori e non dover uscire a cena (il 24,5%)
-il non aver ridotto le cene, ma ordinare meno quando si esce a cena (scelta dal 10,5% del campione).
 
 
 
In ogni caso, per le cene fuori casa, la pizzeria appare in assoluto il luogo maggiormente scelto da chi punta al risparmio.
Tra coloro che escono meno a cena, il 61,3% sceglie per le cene e i pranzi fuori porta la pizzeria. La pizzeria è scelta anche dal 48,5% di coloro che hanno deciso di sostituire le uscite con cene in casa, incrementando e migliorando le proprie capacità in cucina.
La pizzeria è considerata il miglior modo per risparmiare nei pranzi e nelle cene fuori casa, aspetto ribadito anche analizzando la situazione economica delle famiglie intervistate. La pizzeria è scelta dal 56,9% di coloro che dichiarano una situazione economica familiare precaria (il 13,1% del campione) (che peraltro amano anche le cene a casa di amici/partner, scelta infatti dal 22% di questi) e dal 56,5% di coloro che valutano una situazione economica sufficiente (40,5%). Viceversa, il ristorante si registra come il luogo maggiormente scelto (il 52,1%) da chi ha una situazione economica ottima (rappresenta solamente il 10,4% del campione).
Per quanto riguarda le dinamiche di risparmio attuate per i pasti fuori casa, anche in questo caso le famiglie in difficoltà sono quelle che maggiormente scelgono di cucinare in casa e uscire in meno. Infatti, tra le famiglie con situazione economica precaria (13,1%), ben il 61,8% sceglie di uscire il meno possibile, scelta fatta anche dal 45,4% delle famiglie che valutano la propria situazione economica sufficiente (il 49,5% del campione intervistato).
Come si è avuto modo di constatare la preparazione di piatti in casa è riconosciuta come importante strategie di risparmio. Ma cosa cucinano gli italiani in casa?
Alla luce di dati nazionali di altre ricerche (si vedano le indagini di Coldiretti), emerge un maggior coinvolgimento del consumatore nella preparazione di alcune importanti pietanze. Alla domanda presente nel nostro questionario Nell’ultimo anno, ha diminuito o aumentato la frequenza con la quale prepara questi prodotti in casa? (pane, conserva di pomodoro, marmellata, dolci, pasta), i dati hanno evidenziato quanto segue.
 
 
  diminuita aumentata
pane 12,4% 11,9%
conserva di pomodoro 11,8% 8,3%
marmellata 14,9% 11,2%
dolci 20,5% 21,7%
pasta 13,6% 8,7%

Emerge, quindi, con poca enfasi l’impegno dei consumatori a preparare in casa beni di prima necessità. Come mostrano i dati, a parte i dolci, per il resto dei prodotti si registra una percentuale maggiore di consumatori che ha diminuito nell’ultimo anno la frequenza con la quale prepara questi prodotti.
La dimensione della salute è perseguita nelle scelte alimentari dal 25,3% degli intervistati, attenzione che dimostra soprattutto chi vive una situazione economica ottima (che rappresenta il 10,2% del campione coinvolto nello studio). Infatti, il 34% di chi valuta la propria situazione economica ottima, dichiara di acquistare solo cibi salutari.
 
 
 
Se in un’ottica di risparmio da sempre si tenta di combattere lo spreco, come reagiscono i consumatori intervistati di fronte al cibo avanzato e scaduto? Nel questionario erano presenti due domande volte ad indagare questi due specifici aspetti.
Circa il 90% (per esattezza l’89,6%) dei rispondenti riutilizza personalmente il cibo avanzato, il 68,7% lo scalda e lo consuma nel pasto successivo, il 20,8% lo utilizza per cucinare qualcosa d’altro, reinventandosi, quindi, il cibo avanzato. Solo il 4,8% lo butta perché non sa come utilizzarlo. Scaldare il cibo avanzato e mangiarlo, successivamente, è una strategia utilizzata molto da quelle famiglie che hanno una difficile situazione economica. Infatti il 71,6% di coloro che dichiarano di non disporre di un reddito sufficiente a coprire le spese mensili (sono il 20,6% del campione) e il 72,2% di coloro che hanno una situazione economica familiare precaria (il 13,7% del campione) sono soliti riutilizzare in questo modo il cibo avanzato.
Per quanto riguarda le scadenze dei prodotti, più della metà degli intervistati (il 64,1%) consuma sempre (il 9,5%) o spesso (il 54,6%) cibi scaduti. Il 38,9% di chi dichiara di farlo spesso, consuma cibi anche dopo un mese dalla data di scadenza.
Debora Viviani
 
 
La nuova vita degli oggetti usati
I cambiamenti in atto nel mutevole mondo dei consumi sono svariati e riguardano principalmente beni e servizi acquistati dalle famiglie, punti di vendita selezionati per differenti categorie merceologiche e, più in generale, lo stile di vita dei consumatori, che rappresenta un’area privilegiata di studio del mutamento culturale. Infatti, la fase di cambiamento sociale che stiamo vivendo a seguito della crisi economica iniziata nel 2008 si sta consolidando in atteggiamenti di consumo diversi rispetto al passato. Progressivamente, i consumatori si allontanano da comportamenti di scelta e di acquisto esclusivamente orientati a fronteggiare la paura dell’impoverimento (materiale e simbolico), per un modus operandi maggiormente orientato al governo delle ricadute della crisi sullo stile di vita. 
Come consumatori siamo stati abituati a vivere in un sistema economico basato sulla produzione, sulla distribuzione e sul consumo di “oggetti nuovi”. Nel passato l’usato è stato prevalentemente relegato a situazioni di marginalità sociale e la sua circolazione è stata ammessa quasi esclusivamente all’interno dei circuiti parentali e/o amicali. Invece, come sostiene un recente studio di Domenico Secondulfo, Il mondo di seconda mano – Sociologia dell'usato e del riuso (2016, FrancoAngeli, Milano) – da qualche anno il mondo di seconda mano è uscito dal retroscena delle reti primarie per tentare di affermarsi come spazio di incontro tra consumatori (sconosciuti). Un passaggio, quello tra conoscenti a estranei, che il mondo dell’usato condivide con quello della sharing economy nel quale la casa, con il fenomeno di Airbnb, e la macchina, con il caso di BlaBlacar, da spazi privati diventano spazi pubblici. 
Che l’usato abbia assunto “nuovi” valori rispetto al passato è particolarmente evidente dalle reazioni alla domanda: Quando una cosa non Le serve più, cerca di trovare qualcuno che può averne bisogno? Il 90% dei consumatori risponde in modo affermativo. Entrando nel merito delle scelte, scopriamo che il 61,1% del campione li consegna a persone che conosce, dimostrando quanto ancora sia forte la trasmissione dell’usato all’interno delle reti primarie, il 17,3% lo mette in vendita o lo dona attraverso il web (siti internet, app), mentre un restante 11,5% lo conferisce ai negozi dell’usato. La scelta di rimettere in circolazione l’oggetto usato non solo nelle reti primarie ma cercando anche di venderlo ad estranei rappresenta una nuova relazione con il mondo di seconda mano, che non è più percepito dal consumatore come un “rifiuto da buttare” bensì come un “oggetto potenzialmente utile”.
 
 

Questa tendenza è confermata anche dalla pratica del riuso. Cosa succede quando un oggetto smette di funzionare? Il 5,7% degli intervistati lo elimina e ne fa a meno; il 15% lo butta e ne acquista uno nuovo; il 2,4% lo scarta e ne cerca un altro usato; il 74,3% cerca innanzitutto di farlo aggiustare; e il 2,6% ne chiede uno funzionante in prestito a qualcuno. Pertanto tre intervistati su quattro propendono per la scelta di allungare la vita dell’oggetto.

 

Nella relazione tra oggetti e persone non solo l’usato perde il forte potere stigmatizzante che aveva assunto nei decenni passati ma, ulteriormente, aggiustare l’oggetto che si è rotto non è più considerato un comportamento residuale ma si sta imponendo come una cultura mainstream dei consumi. 

Di sicuro esistono delle differenze rispetto alla scelta dei canali nei quali far circolare gli oggetti usati, ad esempio i giovani (18-24 anni) utilizzano maggiormente i siti internet (21,7%) rispetto agli anziani (oltre i 64 anni) (8,0%). Anche l’acquisto di oggetti nuovi in sostituzione di quelli usati è un comportamento maggiormente diffuso tra coloro che vivono in una situazione economica agiata (23,8%) (nuclei familiari nei quali le risorse economiche soddisfano ogni esigenza e che riescono a mettere da parte dei risparmi) rispetto alle famiglie che si trovano in situazioni di difficoltà (6,2%) (nuclei familiari nei quali le risorse non sono sufficienti e che sono costretti a delle rinunce e dei tagli alla spesa). Tuttavia, a prescindere dalla situazione economica, tutte le famiglie sono marcatamente orientate a rimettere in circolazione gli oggetti di cui non hanno più bisogno nella quotidianità. 
La mutata relazione tra oggetti e persone, che osserviamo sia nell’allungamento della vita delle cose rimesse in circolazione, se inutili per il consumatore, sia nella riparazione degli oggetti malfunzionanti, è indicativa di una volontà di riduzione degli sprechi che nel passato consideravamo “normali” comportamenti di consumo.   
Francesca Setiffi
 
 
Tentare la fortuna
Riguardo al gioco del lotto, del superenalotto, del bingo e del totocalcio nell’ultimo anno il campione si divide tra poco più di una metà di persone (53%) che dichiara di non aver mai speso denaro per tentare la fortuna e il 47% di intervistati che, invece, dichiara di giocare: o solo occasionalmente (31,5%), oppure in modo regolare ogni mese (7,7%), o, infine, di tentare la fortuna ogni settimana (“abitualmente” una o due volte alla settimana per il 5,7% e “assiduamente” più di due volte alla settimana per il 2,1%). L’analisi delle caratteristiche socio-demografiche ci dice che le donne dichiarano di non aver mai speso denaro per tentare la fortuna in modo significativamente maggiore (57,1%) rispetto agli intervistati maschi (48,3%). Analogamente, tra gli uomini è più elevata la quota di giocatori “abituali” il 7,4% contro il 4,2% delle donne) e “assidui” (il 2,9% rispetto all’1,3% delle donne).
La collocazione geografica dei giocatori conferma che l’azzardo è più diffuso nel sud Italia e nelle isole rispetto al resto del paese. Infatti, mentre il 55% degli abitanti del nord Italia ha dichiarato di non aver mai giocato ai giochi della fortuna, la quota scende al 44,5% per gli abitanti del sud e delle isole ed anche la quota di giocatori settimanali “abituali” e “assidui” è più elevata in queste ultime due zone del paese (10%) rispetto al nord Italia (6,5%).
Riguardo alla suddivisione del campione per fasce di reddito, possiamo notare una differenza significativa tra la maggiore propensione al tentare la fortuna degli intervistati che dichiarano minore reddito mensile (il 46,6% dichiara di non aver mai giocato) rispetto agli intervistati con maggiore reddito (il 59% dichiara di non aver mai giocato) confermando così che i più popolari giochi d’azzardo, come il lotto, le lotterie nazionali, il totocalcio e il bingo, sono più popolari tra le fasce più povere della popolazione rispetto a quelle più ricche. Va detto, però, che, soprattutto tra coloro che hanno dichiarato di giocare settimanalmente una o più volte, sfuma la differenza tra appartenenti alle classi sociali con un reddito mensile che arriva fino ai 1.000 euro (il 6,3%) e quegli intervistati che si sono collocati nella fascia di reddito mensile di oltre 4.000 euro (8,2%). Tutto ciò viene confermato anche dall’incrocio tra le diverse modalità rispetto ai giochi della fortuna e il titolo di studio degli intervistati. In sintesi, tra i laureati è significativamente più elevata (57,6%) la quota di persone che ha dichiarato di non aver mai giocato, rispetto alle persone con un titolo di studio che arriva fino alla qualifica professionale (48,3% che non hanno mai giocato). Interessante, però, è notare che tra i giocatori le differenze nell’intensità con sui si scommette appaiono molto più sfumate, con un 6,8% di intervistati laureati che hanno dichiarato di tentare la fortuna da una a più di 2 volte alla settimana rispetto all’8,3% di intervistati con un titolo di studio che arriva fino alla qualifica professionale. Evidentemente, nel campione preso in analisi la differenza di status agisce come un fattore di selezione sulla decisione o meno di tentare la fortuna mentre, tra i giocatori abituali, le differenze di status non appaiono un fattore così influente sulle diverse modalità di gioco. Il fatto che il gioco settimanale, quello più assiduo, esprima una propria dinamica, anche slegata da fattori strutturali socio-culturali, potrebbe trovare un’ulteriore conferma nel fatto che tra coloro che hanno dichiarato di aver dovuto ricorrere a prestiti economici nell’ultimo anno, la quota di intervistati che spendono denaro in giochi d’azzardo da una a più di due volte alla settimana è quasi il doppio (12,1%) di quella che troviamo tra i giocatori settimanali che hanno dichiarato di non aver avuto bisogno di prestiti (6,5%). Analoga differenza la troviamo tra chi ha dichiarato di giocare, ma non tutte le settimane, ed ha dovuto chiedere un prestito economico (14,3%) e tra la stessa categoria di giocatori che non hanno chiesto un prestito di denaro (4,9%).
Sergio Cecchi

 

Chi sarebbe disposto a cambiare stili di consumo?
Sostenibilità e più equità e giustizia sociale costituiscono le nuove parole d’ordine che affidano al consumatore la responsabilità di incidere sui macro processi economici, contribuendo, partendo dal basso, ad attivare comportamenti virtuosi. Tuttavia non si può dare per scontato che tutti i consumatori abbiano lo stesso livello di sensibilità rispetto alle tematiche sollevate dai movimenti ambientalisti, piuttosto che da quelli del consumo equo e solidale ovvero della decrescita. Fiducia generalizzata, culture politiche di appartenenza e accettazione di alcuni criteri generali di redistribuzione delle risorse tra i cittadini sono alcune delle variabili discriminanti che possono incidere sulla diversa disponibilità del consumatore a modificare alcuni dei suoi comportamenti.
Sollecitati ad esprime il loro grado di adesione all’affermazione “Gran parte della gente è degna di fiducia” collocandosi su una scala da 1 (totalmente in disaccordo) a 10 (totalmente d’accordo), gli intervistati esprimono un’adesione moderatamente positiva, con un valore medio pari a 5,58. Dal punto di vista dell’orientamento politico, il 9,5%  si colloca nella destra, il 23,1% nel centro-destra, il 10,9% nel centro, il 34,4% nel centro-sinistra a il 22,0% nella sinistra (con una percentuale di rispondenti intorno al 76%).
In generale, sono gli esponenti del centro-sinistra che mostrano livelli più elevati di fiducia generalizzata, mentre coloro che si collocano a destra si fidano meno degli altri.
 
 
 
Rispetto alla domanda: “Per quale dei seguenti motivi, in modo particolare, sarebbe disposto a sacrificare il Suo stile di vita abituale?”, la distribuzione rilevata è la seguente (percentuale dei rispondenti: 89,4%):
-Per fare sì che i popoli del terzo mondo siano meno sfruttati (come accade nel movimento del commercio equo e solidale): 21,8%
-Per fare sì che il nostro pianeta si salvi dall’inquinamento (movimenti ambientalisti): 25,4%
-Per sentirsi più felice diminuendo gli oggetti che usa (movimento della decrescita): 21,9%
-Per poter condurre una vita più sana (movimento salutista): 22,6%
-Per nessuno di questi motivi sarei disposto a sacrificare il mio stile dio vita: 8,2%. 
Come si può notare è significativamente elevata la quota di coloro che sarebbero disposti a rinunciare a qualche comodità e bene di consumo, con una maggiore sensibilità ai temi dell’ambiente. In generale gli intervistati  positivamente orientati a modificare il loro stile di vita esprimono livelli di fiducia generalizzati più alti della media, mentre gli ‘inamovibili’ hanno scarsa fiducia negli altri.
 
 
 
Anche la collocazione politica esercita la sua influenza su tali orientamenti: in generale gli intervistati che si collocano nel centro-sinistra e nella sinistra si dichiarano maggiormente disponibili al cambiamento, soprattutto a favore del terzo mondo (rispettivamente 29,9% e 30,5%), mentre nella destra e nel centro-destra è più elevata la quota di coloro che non sono disponibili a cambiare stile di vita (16,4% e 12,9%) o lo farebbero prevalentemente per motivi salutistici (32,8% e 27,1%), dimostrando una maggiore sensibilità alla propria salute, piuttosto che ad aiutare il terzo mondo o ridurre l’inquinamento ambientale.
La disponibilità per quanto potenziale a cambiare il proprio stile di vita dipende anche dalla percezione che si ha della possibilità che il comportamento individuale possa incidere a livello politico. 
Alla domanda “In che misura ritiene che il Suo comportamento come consumatore possa incidere sul contesto politico della nostra società?”, le risposte degli intervistati (92,7% di rispondenti) sono le seguenti:
- Per nulla: 10,7%
- Poco: 32,3 %
- Abbastanza: 38,0%
- Molto: 12,5%
- Moltissimo: 6,5%.
Prevale, come si può notare, un relativo ottimismo che coinvolge poco meno del 60% degli intervistati, che tuttavia, nella maggior parte dei casi, si collocano su un  prudenziale ‘abbastanza’.
Coloro che si vivono assolutamente impotenti nei confronti della politica esprimono un livello di fiducia generalizzato più basso (che cade decisamente nell’area negativa), mentre coloro che sentono di poter influenzare ‘molto’ la politica mostrano i livelli più elevati di fiducia generalizzata. I più impotenti – come percezione – sono gli intervistati della destra (per nulla e poco: 51,0%), mentre, di converso, sentono di poter contare di più gli appartenenti alla sinistra (abbastanza, molto e moltissimo: 63,5%).

 

 
Ma per gli intervistati, quale dovrebbe essere il principio regolatore delle distribuzione delle risorse tra i cittadini? Prevale un orientamento decisamente meritocratico: per il 64,3% degli intervistati è importante che vadano premiati i più meritevoli, anche a scapito degli altri, mentre per il 35,7% degli intervistati a ciascuno deve essere dato secondo i propri bisogni, senza tenere conto del merito.
Tendenzialmente, coloro che privilegiano, come criterio di allocazione delle risorse, il merito presentano livelli di fiducia più bassi (5,49), ma sempre positivi, rispetto agli universalistici (5,79).
La disponibilità a modificare alcuni aspetti del proprio stile di vita, che come detto interessa la stragrande maggioranza degli intervistati, si lega ad una sensibilità sociale (aiutare il terzo mondo, salvare l’ambiente, ecc.) soprattutto tra coloro che ritengono giusto usare, nell’allocazione delle risorse, il criterio della soddisfazione dei bisogni (rispettivamente, 28,4% e 27,7% vs 17,5% e 25,9%), mentre tra i meritocratici prevale un orientamento più  individualistico (salutismo: 25,9%) ovvero la non disponibilità a modificare il proprio stile di vita (9,5%).
Infine sono soprattutto gli universalistici che ritengono che il loro comportamento come consumatori possa incidere sulla politica nella nostra società. I meritocratici si percepiscono maggiormente impotenti.
La maggior parte degli intervistati mostra un’elevata disponibilità (come scelta potenziale) a sacrificare alcuni aspetti del loro comportamento di consumo, se questo serve ad aiutare il terzo mondo, a ridurre l’inquinamento ambientale, ad assecondare logiche di decrescita o forme di salutismo, ma in generale tale disponibilità si unisce a buoni livelli di fiducia generalizzata, ad una collocazione politica che cade tra il centro-sinistra e la sinistra, tra coloro che ritengono che il loro comportamento come consumatori possa incidere sulla politica e ritengono importante che nell’attribuzione delle risorse si segua un criterio universalistico. 
Rimane nel nostro campione, tuttavia, come dato significativo, un’elevata percezione del nesso che si può stabilire tra la transizione verso una società più giusta, sana e sostenibile e i comportamenti dei consumatori: percezione che può diventare una leva rispetto alla quale attivare campagne di sensibilizzazione che aiutino a passarre dalla dispobibilità teorica a quella reale. 
Paola Di Nicola

 

Direzione: D. Secondulfo – M. Pessato
Coord. metodologico L. Tronca – I. Di Pelino
OSCF Osservatorio sui consumi delle famiglie - SWG S.p.a.
Contatti
lorenzo.migliorati@univr.it - debora.viviani@univr.it
Fax 045 8028039
 
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