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Newsletter n. 1 29/04/2014

Università degli studi di Verona
in collaborazione con SWG S.p.a. - Trieste
L’Osservatorio sui Consumi delle Famiglie(OSCF) dell’ Università degli studi di Verona e la società SWG di Trieste sono lieti di presentarLe la newsletter sulle strategie di consumo delle famiglie. È un'iniziativa scientifica con lo scopo di monitorare con cadenza annuale gli orientamenti di consumo e lo stile di vita delle famiglie italiane.

1/2013 - La spesa delle famiglie per la salute

Indice
  • Presentazione
  • Il peso della crisi sulle spese sanitarie degli italiani, di Sergio Cecchi
  • Servizi sanitari: via libera all’offerta privata!, di Claudia Pedercini
  • Il gradimento dei servizi nonprofit in sanità, di Sandro Stanzani
  • Dove acquistare? Per i consumatori la stella polare è sempre di più il prezzo, di Fabio Marzella 


Presentazione

La crisi economica “morde” i budget delle famiglie e delle istituzioni pubbliche. Uno degli ambiti sui quali la riduzione delle finanze impatta in modo più critico sul benessere dei cittadini sono i servizi sanitari. La razionalizzazione della spesa pubblica, com’è noto, si sta traducendo sempre più spesso in misure per un mero contenimento dei costi e dunque in una riduzione della disponibilità di servizi sanitari pubblici gratuiti. La cosiddetta spesa out of pocket (cioè il pagamento dei servizi da parte dei cittadini attraverso i ticket sui farmaci e sulle prestazioni diagnostico-specialistiche), dopo anni di calo, è di nuovo in lieve crescita (18,3%) ed è decisamente superiore alla spesa sostenuti dai nostri concittadini europei di Francia (7,3%), Olanda (5,2%), Regno Unito (8,9), Germania (13,2%). Curarsi costa un po’ di più (46° rapporto Censis). Allo stesso tempo l’attesa per le visite specialistiche e per gli esami diagnostici sono in aumento (15° rapporto Pit salute – Tribunale dei diritti del malato) e i cittadini sono indotti a rivolgersi alle prestazioni extra moenia e a laboratori diagnostici privati. Tanto che gli osservatori, già da diverso tempo, si sono interrogati sul ruolo svolto in sanità dalle organizzazioni private a integrazione, a sostegno o in alternativa ai servizi pubblici. Si parla oggi di un nuovo welfare sollevando l’urgenza di un ripensamento dei livelli d’assistenza e di tutela dei cittadini, così come della riorganizzazione dell’architettura istituzionale delle politiche sociali. Ciò richiede, secondo molti, anche una revisione della distribuzione delle responsabilità di cura tra settore pubblico e privato. Questo numero della newsletter approfondisce, attraverso tre contributi, l’analisi delle strategie e degli atteggiamenti delle famiglie italiane di fronte al modificarsi del sistema sanitario nazionale, ed chiuso da un articolo sulle modificazioni degli atteggiamenti e dei comportamenti dei consumatori nei confronti dei punti vendita.

Il peso della crisi sulle spese sanitarie degli italiani

Nei dati che vengono commentati emerge come una fetta sempre più ampia di persone intervistate debba tagliare gli acquisti essenziali per fare fronte alle spese sanitarie mensili, mentre aumenta la quota di famiglie che sperimentano un peggioramento della situazione lavorativa. Nel campione preso in analisi solo il 12% degli intervistati (246 persone su 2019) dichiara che, nell’ultimo anno, la propria famiglia ha usato servizi ambulatoriali privati per effettuare visite specialistiche. Analizzando più in profondità, possiamo notare come non emergano elementi particolari di tipo socio-demografico  che differenzino questo gruppo dal resto del campione. Gli unici elementi che caratterizzano questo gruppo sono la residenza territoriale e la struttura familiare. Infatti, questo sottogruppo è formato in prevalenza da rispondenti che abitano soprattutto nel centro e nel sud Italia (entrambi al 27%). Inoltre, il 36% di persone che hanno affermato di avere usato un ambulatorio privato nell’anno precedente l’intervista dichiara di vivere in un famiglia formata  dalla coppia genitoriale con figli maggiorenni (contro il 27% del resto del campione), mentre i nuclei famigliari senza figli sono il 24% (contro il 34% nel resto del campione). E’ interessante osservare che mentre la presenza di figli è maggiore tra coloro che hanno usufruito di una prestazione ambulatoriale privata, il numero complessivo dei figli (minorenni e maggiorenni) è invece correlato negativamente con il numero di prestazioni sanitarie private usufruite dalle famiglie degli intervistati. Evidentemente il numero di figli rappresenta un peso per i nuclei familiari degli intervistati, tale da incidere negativamente anche sul numero di prestazioni sanitarie che si possono pagare. Tutto ciò sembra trovare conferma anche dal fatto che nel gruppo in questione oltre la metà degli intervistati (il 54%) ha dichiarato di aver dovuto rinunciare all’acquisto di beni e servizi per poter pagare le prestazioni di carattere sanitario, contro una percentuale – anche questa non bassa - del 33% del resto del gruppo analizzato. Considerato che alcune regioni del centro e del sud Italia con forti problemi di gestione del servizio sanitario pubblico sono le più rappresentate tra gli intervistati ad aver dichiarato che la propria famiglia ha usufruito di una prestazione ambulatoriale privata (Lazio 17%; Campania 12%; Puglia 10%), la scelta di affidarsi alla sanità privata può essere, dunque, il prodotto anche di fattori legati alla forte presenza del settore sanitario privato e la scarsa qualità di quello pubblico.

Riguardo alla domanda n° 54 (“Vi è capitato, nell’ultimo anno, di dovere rinunciare all’acquisto di beni e servizi per potere sostenere spese di carattere sanitario?”), ben il 34,5% di tutti gli intervistati ha risposto positivamente a questo quesito. La suddivisione di genere tra coloro che hanno risposto positivamente a questa domanda mostra una sovra rappresentazione delle donne (60,5%) rispetto alla loro presenza nel campione generale (52,5%). Come ci si poteva aspettare, le Regioni più rappresentate sono quelle del Sud Italia (30%), ma anche il Nord presenta percentuali significative di intervistati che hanno risposto positivamente alla domanda in questione (23% Nord Ovest). La preoccupazione per le condizioni delle famiglie emersa nell’analisi della domanda precedente trova qui ulteriore conferma. Infatti, tra coloro che devono rinunciare ad acquisti importanti per far fronte alle spese sanitarie, la classe di età maggiormente rappresentata è quella che va dai 35 ai 44 anni (26%), ossia quella nella quale sono maggiormente presenti i bambini. All’opposto, tra coloro che hanno risposto negativamente alla domanda qui analizzata, troviamo sovrarappresentati gli over 65 anni (30%). Infatti, le famiglie che hanno rinunciato ad acquisti essenziali per fare fronte alle spese sanitarie sono, mediamente, più numerose (2,95 componenti) rispetto a quelle del resto del campione (2,69 componenti) e con un numero maggiore di figli a carico (1,13 contro 0,91 del resto del gruppo). Un altro elemento interessante lo troviamo nell’analisi delle condizioni abitative dei rispondenti. In particolare, mentre tra coloro che hanno risposto negativamente al quesito posto dalla domanda n° 54 i proprietari della casa arrivano all’86% degli intervistati, nel gruppo che ha dovuto ridurre i consumi per fare fronte alle spese sanitarie tale percentuale scende di 15 punti, attestandosi al 71%. Le due proporzioni si ribaltano invece prendendo in considerazione la quota di intervistati in affitto o in comodato gratuito, che nel gruppo con problemi economici arriva al 29% mentre nel resto del campione si assesta al 14%. Queste considerazioni trovano riscontro anche nel confronto tra le auto-collocazioni delle famiglie degli intervistati in una scala di status economico. Come possiamo vedere nella fig. 1., tra coloro che hanno dovuto rinunciare a spese importanti per fare fronte ai bisogni di tipo sanitario le autocollocazioni nelle categorie di staus “Medio basso” e “Basso” ammontano complessivamente al 58%, mentre lo status “Medio” arriva al 40%. Invece, tra coloro che hanno dichiarato di non aver sperimentato nell’anno precedente tale problematica, le autocollocazioni nelle categorie più basse dello status economico famigliare arrivano complessivamente al 31%, mentre nello status medio troviamo il 59% degli intervistati.

 

Fig. 1 Confronto tra le auto-attribuzioni di status economico del gruppo che ha ridotto le spese mensili per fare fronte alle spese sanitarie e il resto del campione.

Così, è facile comprendere come per ben il 43% di coloro che hanno dichiarato di avere problemi economici causa le spese sanitarie il reddito mensile della propria famiglia non è sufficiente a far fronte alle spese quotidiane (mentre tale quota scende al 13% per il resto del campione). Tale situazione appare essere legata anche alla negativa evoluzione della situazione lavorativa dei componenti delle famiglie degli intervistati. Infatti, nel gruppo che ha dichiarato di aver dovuto tagliare gli acquisti per far fronte alle spese sanitarie troviamo le più alte percentuali di peggioramento della situazione lavorativa per, rispettivamente: la madre/moglie/partner (33%); il padre/marito/partner (31%); i figli conviventi (24,5%). Va però osservato che, seppur con percentuali più basse, anche nel gruppo che ha dichiarato di non aver dovuto tagliare le spese mensili per sostenere le cure sanitarie l’evoluzione della situazione lavorativa sembra piuttosto critica, con un peggioramento per: la madre/moglie/partner (10%); il padre/marito/partner (12,5%); i figli conviventi (9,5%). A questo proposito va segnalato il fatto che il miglioramento della situazione lavorativa della propria famiglia non supera mai l’1,5% in entrambi i gruppi di intervistati.

(Sergio Cecchi)

Servizi sanitari: via libera all’offerta privata!

Il continuo cambiamento del sistema economico-sociale italiano, peraltro in linea con le tendenze degli altri paesi europei, vede il proliferare di nuove strategie di risposta ai bisogni di salute e di ben-essere del singolo e della collettività. L’Organizzazione Mondiale della Sanità indica quattro linee di riforma con riferimento ai sistemi sanitari: un diverso rapporto fra Stato e mercato, il decentramento delle funzioni e delle responsabilità, il rafforzamento dell'autonomia decisionale dei cittadini e lo sviluppo della sanità pubblica.

I dati evidenziati all’interno della ricerca fotografano in modo “numerico” il rapporto fra Stato e mercato dando la parola ai cittadini italiani che, di fronte alla domanda “Si rivolgerebbe a servizi sanitari diversi dal settore pubblico?” rispondono per il 74,6% in modo affermativo.

 

 

Nonostante l'esteso dibattito, soprattutto ideologico, circa le opportunità e i rischi di un possibile ampliamento del ruolo del privato nella produzione dei servizi sanitari (per conto e a carico del sistema pubblico), risultano essere ancora insufficienti gli studi sull'impatto, in termini di equità ed efficienza, delle soluzioni disponibili e delle esperienze più significative.  

I modelli teorici hanno spesso affrontato il problema della compresenza della spesa pubblica e di quella privata. La maggior parte dei modelli di carattere teorico, qualunque sia la loro natura, sostengono che la spesa privata rappresenti una decisione “residuale”. Per tutto ciò che il pubblico non è disposto a fornire, sia perché l’elettore non è disposto a spendere di più nella sanità pubblica, sia perché sono presenti specifici vincoli di appropriatezza/equità o per motivi di redistribuzione del reddito, il cittadino si può rivolgere al settore privato.

Nonostante una difficile analisi dei rischi connaturati alla presente scelta “di consumo”, gli italiani sembrano orientarsi verso una scelta privata per quanto riguarda la risposta a bisogni di tipo sanitario.

Ma chi sono gli italiani che hanno detto sì a una risposta privata in termini di servizi sanitari? Distribuendo gli intervistati secondo la fascia d’età, le percentuali maggiori di coloro che sceglierebbero servizi sanitari privati si ritrovano tra coloro che hanno tra i 35-44 anni (22,1%) e tra gli over sessantacinquenni (26,3%). Chi sono i possibili “consumatori di sanità privata” ce lo indica anche il reddito familiare mensile netto; il 79,1% di coloro che dichiarano un reddito familiare netto mensile tra i 2.001,00 Euro e i 4.000,00 Euro si rivolgerebbe ad un servizio sanitario diverso dal settore pubblico.

Analizzando la condizione lavorativa degli intervistati, il 79,3% di coloro che lavorano nel settore privato si rivolgerebbero a servizi sanitari privati, così come i pensionati che per il 72,8% orienterebbero la loro scelta verso servizi privati. Una grossa polarizzazione è evidente fra gli studenti che presentano una percentuale dell’80,5% di sì al servizio privato.

Il titolo di studio degli intervistati sembra presentare una certa correlazione con la scelta pubblico-privato con indici di significatività pari a 0,000. La distanza maggiore tra i “pro privato” e “i pro pubblico” la si riscontra tra coloro che hanno un titolo post-laurem (master, specializzazione, dottorato di ricerca), tra questi l’82,8% sceglierebbe servizi privati mentre solo il 17,2% servizi pubblici. La forbice si riduce ma non di molto tra coloro che hanno un diploma universitario o laurea (75,3% si e 24,7% no) e tra coloro che dichiarano di possedere un diploma di maturità (77,9% pro privato e 22,1% pro pubblico).

Ma che relazione c’è tra spesa privata e spesa pubblica? Mutuando le definizioni di alcuni autori, la spesa privata potrebbe essere pensata come topping up della spesa pubblica; in altre parole la spesa privata viene pensata come “integrazione” alla spesa sanitaria pubblica soprattutto per quei servizi che lo Stato non fornisce. Dall’altro, tutta la spesa privata potrebbe essere pensata come opting out dal servizio pubblico. In questo caso, gli “acquisti” di spesa privata potrebbero invece sostituire il servizio pubblico, a causa per esempio di una miglior “qualità” del servizio fornito dal privato. Una classica dimensione della qualità, spesso ricordata in letteratura, è la presenza di liste d’attesa nel servizio pubblico, molto spesso assenti nel servizio privato. Sembrerebbe essere il caso dei nostri intervistati che alla domanda “Quali sono i due motivi principali per i quali si rivolgerebbe a servizi sanitari diversi da quelli offerti dal settore pubblico?” rispondono scegliendo per il 49,3% ragioni legate a tempi brevi di attesa per appuntamento e per il 28,5% ragioni legate alla presenza di specialisti di alto livello.

I dati brevemente commentati in questa sezione sembrano affidare al privato un compito importante per quanto concerne la cura della “res pubblica”; se siamo tutti d’accordo che sanità e assistenza sono considerati servizi di “utilità sociale”, conquista importante per le società post-moderne, un costante disinvestimento dello stato nell’assunzione di responsabilità  e nella non gestione non può certamente essere immune da rischi notevoli. Quale rapporto quindi tra spesa pubblica e spesa privata? Un rapporto pensabile sono se oggetto di interesse per entrambe sia la costruzione di sistemi integrati pubblici-privati con a cuore il ben-essere della comunità. In questo caso l’azione di responsabilità di entrambe i soggetti deve tradursi in un aumento del livello di qualità ed eticità del sistema ed un aumento del livello di benessere dei cittadini. Tali sistemi sono pensabili solo se, sia pubblico che privato, siano in grado di guardare ad un bisogno proponendo risposte integrate e in relazione tra di loro; relazione sostenuta sin dal momento della costruzione del servizio sanitario offerto, privilegiando quindi criteri di integrazione e non criteri di natura residuale. Le premesse contenute in questa breve analisi lasciano ampio spazio di riflessione in merito alle caratteristiche di quel privato che si candida alla gestione dei servizi di natura sanitaria. 

(Claudia Pedercini)

Il gradimento dei servizi nonprofit in sanità

Siamo in una stagione di riforma delle politiche sociali, dettata in modo intransigente dalle conseguenze della crisi economica. Quando si tratta di risparmiare e di contrarre i costi nell’ambito dei servizi di welfare a molti viene automatica l’associazione mentale con il terzo settore. In particolare sono politici e amministratori locali a pensare di ridurre i costi sanitari facendo affidamento sui servizi delle organizzazioni nonprofit. Ma i cittadini cosa ne pensano?

Richiesti di valutare l’affidabilità del nonprofit in sanità gli intervistati hanno espresso una sufficienza piena (voto medio 6,6; in un range da 0 a 10), ma nulla di più. Permane una certa diffidenza nei confronti della capacità del nonprofit di agire in sanità.

In che modo la fiducia nei confronti del terzo settore discrimina tra le caratteristiche dei cittadini?

Tenendo conto del fatto che il 34% della popolazione attribuisce un voto insufficiente (da 1 a 5), il 42% sufficiente (6/7) e una quota minoritaria (24%) un voto più che sufficiente (da 8 a 10), osserviamo che le donne (36% voto insufficiente) sono un po’ più diffidenti rispetto agli uomini. I più diffidenti sono gli anziani ultrasessantacinquenni (37% insufficiente) e i giovani con meno di 34 anni (38%), mentre la fascia d’età tra i 45 e i 54 anni è la più favorevole (32% più che sufficiente, contro una media del 24%). Probabilmente chi è meno coinvolto nella vita attiva ha un atteggiamento di maggiore distacco. L’area territoriale discrimina anch’essa in modo abbastanza significativo. È al centro Italia che si addensa il grado maggiore di diffidenza (40%), mentre Nord-est e Isole sono i territori in cui si concentrano i voti più che sufficienti.

Tuttavia le variabili che più di tutte polarizzano l’atteggiamento nei confronti del nonprofit sono quelle di tipo culturale. Il 38% di chi si dichiara non credente e, pur non dichiarandosi tale, sostiene di non frequentare mai i riti religiosi, fornisce una valutazione di insufficienza nei confronti del terzo settore. Mentre il 31% di coloro che frequentano una o più volte la settimana i riti religiosi dà un voto più che sufficiente. Per quanto riguarda, poi, l’orientamento politico i più critici sono gli elettori di centro e di centro-destra (38%).

Dunque il popolo del nonprofit è composto da maschi di età media, del Nord-est e delle Isole, appartenenti al ceto medio, e da persone con un grado elevato di religiosità.

Quando poi, al di là degli orientamenti culturali, i fatti costringono a dover scegliere tra servizi pubblici e privati che cosa succede?

Il 35% degli intervistati nell’ultimo anno ha dovuto rinunciare a qualcosa per sostenere spese sanitarie e una quota minoritaria si è rivolta a strutture sanitarie private (12%). Qual è l’orientamento nei confronti del nonprofit sanitario da parte di costoro? Vi è uno zoccolo duro decisamente orientato all’utilizzo di servizi sanitari gestiti dal pubblico. Infatti, il 21% di coloro che nell’ultimo anno si sono effettivamente rivolti a strutture sanitarie private, dichiara che non intenderebbe rivolgersi a servizi sanitari privati. Costoro prendono decisamente partito per il sistema sanitario pubblico (anche dopo avere sperimentato il settore privato). Sono una quota minimale (il 3% degli intervistati). Ad essi però vanno aggiunti coloro che non intendono rivolgersi ai servizi privati e si ottiene una quota complessiva del 25%. Cioè si può dire che un quarto della popolazione prende decisamente partito per la sanità pubblica.

Ma anche tra coloro che guardano con interesse alla sanità privata, non tutti mostrano un atteggiamento favorevole nei confronti del nonprofit sanitario. Infatti, tra chi è orientato a rivolgersi a strutture sanitarie private, una quota del 31% fornisce un voto d’insufficienza alle organizzazioni nonprofit. Complessivamente si tratta del 23% degli intervistati. Cioè all’incirca un altro quarto della popolazione che non vede di buon occhio il terzo settore, pur avendo una cultura di tipo privatistico, potremmo dire liberal.

Infine, al di là degli orientamenti politico-culturali che condizionano l’atteggiamento nei confronti della sanità privata, è interessante osservare quali sono i motivi per i quali coloro che forniscono una valutazione positiva del nonprofit sceglierebbero servizi sanitari privati. Il dato non discrimina tra favorevoli e contrari al non profit. Sia gli uni che gli altri si rivolgerebbero a strutture sanitarie private soprattutto per avere tempi brevi di attesa, in secondo luogo perché confidano di trovare personale sanitario con una preparazione di alta qualità e in terzo luogo perché ipotizzano di trovare un miglior rapporto qualità prezzo. Chi dà un voto positivo al nonprofit privilegia leggermente motivi come i tempi brevi di attesa e la professionalità, chi invece ha un atteggiamento sfavorevole privilegia leggermente il rapporto qualità prezzo.

In sostanza le attuali tendenze alla formazione di un nuovo welfare, che da alcune parti sponsorizzano un ruolo maggiore per il nonprofit, anche in vista di una razionalizzazione e di un contenimento dei costi della sanità, debbono fare i conti con gli orientamenti dei cittadini e con l’atteggiamento non immediatamente favorevole al nonprofit di una quota consistente di questi.

(Sandro Stanzani)

Dove acquistare? Per i consumatori la stella polare e sempre di più il prezzo

L’aumento della forbice tra i redditi e il progressivo impoverimento della classe media sono i fenomeni principali che giustificano un divario crescente tra quanti individuano nel prezzo l’elemento cardine che orienta le scelte d’acquisto e quanti, al contrario, intendono preservare la qualità a discapito della spesa.

La dinamica è tendenziale e mette in luce un mutamento degli atteggiamenti: perde peso la volontà di preservare la qualità, rimane diffusa anche se perde d’importanza la volontà di scegliere il migliore rapporto qualità/prezzo e acquista centralità la convenienza. Il prezzo perciò diventa sempre più cruciale e, rispetto alla seconda metà del 2011, aumenta d’importanza tra i motivi che spingono il consumatore ad abbandonare un punto vendita a favore di un altro. La presenza di “prezzi poco convenienti” è il principale motivo di abbandono o diminuzione di frequentazione di un punto vendita per il 27,3% degli intervistati (percentuale che era del 20,9% nel 2011), motivazione preceduta solamente da un “basso rapporto qualità/prezzo”, causa individuata dal 28,5% dei rispondenti (era il 30,1% nel 2011). Il 55,8% del campione dichiara perciò di cambiare punto vendita a causa di prezzi non soddisfacenti (era il 51,0% nel 2011), seguono per numerosità di risposte la “pessima qualità dei prodotti” (15,9%) e la “scarsa varietà di scelta” (10,8%).

 

Motivazioni di abbandono dei punti vendita (%) (cfr. 2011/2012)

 

A conferma delle considerazioni iniziali, il reddito è il fattore che distingue nettamente tra quanti cercano solamente il “prezzo” e quanti invece sono attenti a mantenere il giusto equilibrio tra qualità e prezzo. Il “giusto prezzo” è una questione che coinvolge sempre più consumatori, lo dimostra il fatto che sia la maggioranza di tutte le fasce di reddito sondate a ritenerlo: il 63,2% delle famiglie con fasce di reddito basse (fino a 1.000 euro al mese), il 59,2% delle medio-basse (dai 1.001 ai 2.000 euro), il 53,2% dei redditi medio-alti (da 2.001 a 4.000) e il 50,3% dei redditi alti (da 4.001 in su); per le due fasce di reddito più alte però è cruciale che il punto vendita sappia offrire prodotti con un rapporto adeguato tra qualità e convenienza. Scomponendo la motivazione di abbandono per categorie merceologiche emerge come sia la GDO, ed in particolare l’abbandono dei centri commerciali, a soffrire la mancanza di convenienza per i prodotti alimentari, motivo che va a depotenziare lo sforzo tipico della GDO ad investire fortemente in strategie di fidelizzazione del cliente. Per tutti gli altri tipi di prodotti censiti è il negozio specializzato il maggiore imputato a cui si attribuiscono i prezzi eccessivi, mentre le bancarelle e i discount peccano in qualità, e le nuove forme di consumo (GAS, usato, ecc.) paiono non avere una sufficiente varietà di scelta come causa principale di abbandono.

Con il prevalere del prezzo aumenta la centralità della comparazione del prodotto a discapito dell’esperienza di acquisto, soprattutto per i beni alimentari. I luoghi di acquisto diminuiscono il loro valore attrattivo e ricade sulla produzione e sulla catena del valore la capacità di convincere o meno i consumatori.

L’importanza del prezzo si riflette anche nell’orientamento ai nuovi luoghi di consumo indicati dagli intervistati, essi evidenziano rispetto al passato il mantenimento della GDO al primo posto tra gli luoghi d’acquisto per gli alimentari con il 68,8% di risposte rispetto al 68,4% del 2011 e per i prodotti tecnologici che crescono al 51,7% rispetto al 47,6% del 2011, periodo nel quale era scelto parimenti per i tecnologici il negozio tradizionale, 46,7% nel 2011 contro il 41,1% del 2012. Per l’arredamento, l’abbigliamento e le calzature e i medicinali e i prodotti per la cura del corpo rimane il negozio il luogo a cui si guarda con maggiore interesse per cercare nuove opportunità d’acquisto.

I punti vendita meno esplorati, come novità, rimangono le bancarelle e i mercati, con picchi del 5,8% per gli alimentari e 10,1% per l’abbigliamento e le calzature. Le nuove forme di acquisto (GAS, usato, etc.) rimangono limitate a piccole porzioni di consumatori italiani: l’1,2% per gli alimentari, il 3,1% per l’arredamento e il 3,6% per i prodotti tecnologici.

 

Fig. 1. Nuovi punti vendita a cui si sono rivolte le famiglie suddivisi per merceologia d’acquisto (%)

 

Quali sono i motivi che portano a scegliere un nuovo punto vendita? In modo speculare i due principali sono legati al prezzo e al primo posto si trova l’indicazione del migliore rapporto qualità/prezzo che in generale esercita un’influenza positiva sul 94% dei rispondenti (% di risposte da 6 a 10, su una scala scolastica) che hanno cambiato punto vendita. A seguire, per numero di risposte positive, c’è la presenza di prezzi più economici (90%), la maggiore varietà di scelta (89,2%) e la migliore qualità dei prodotti (86,2%). Anche in questo caso la caratteristica delle famiglie che discrimina maggiormente i comportamenti d’acquisto è il reddito disponibile. Dato per assodato che la ricerca del miglior rapporto qualità/prezzo è un atteggiamento trasversale a tutto il campione, la capacità di acquisto descrive un andamento inversamente proporzionale tra chi ha più reddito disponibile e chi cerca il prezzo conveniente. Al crescere del reddito di contro aumenta la ricerca di una maggiore varietà di scelta e di una migliore qualità dei prodotti.

(Fabio Marzella)

 

Direzione: D. Secondulfo – M. Pessato
Coord. metodologico L. Tronca – I. Di Pelino
Ogni Newsletter presenta i dati raccolti nei mesi di novembre o dicembre dell'anno che precede la sua pubblicazione tramite indagini campionarie sul tema dei consumi degli individui residenti in Italia, con almeno 25 anni di età. La costruzione del campione, la raccolta dei dati e la predisposizione del database sono svolte, ogni anno, dalla società di ricerca SWG S.p.A. Il campione è selezionato ex ante all’interno del panel SWG composto da circa 60.000 iscritti. Per l’estrazione del campione è utilizzato un metodo di campionamento stratificato per quote, il cui universo di riferimento è identificato nella popolazione italiana con almeno 25 anni di età residente in Italia al 1 gennaio dell’anno in cui si svolge la rilevazione. Il campione è selezionato in base ai parametri di sesso, classe di età (25-34, 35-44, 45-54, 55-64, almeno 65 anni) e area geografica di residenza (Nord-ovest, Nord-est, Centro, Sud, Isole). Al fine di riuscire a costruire un trend di lettura dei dati ulteriore rispetto a quello emergente dalla ripetizione dell’indagine, a partire dal secondo anno di rilevazione una parte del campione non è stata sostituita nel passaggio da una rilevazione alla successiva (componente panel). I dati sono stati raccolti attraverso la metodologia CAWI (Computer Assisted Web Interviewing). Al termine della rilevazione, se necessario, si è provveduto ad una ponderazione ex post del campione al fine di porre rimedio alle distorsioni derivanti potenzialmente dagli arrotondamenti in fase di definizione della numerosità campionaria e dalla non completa copertura delle quote stabilite nella fase di progettazione dell’indagine.
OSCF Osservatorio sui consumi delle famiglie - SWG S.p.a.
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