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Newsletter n. 1 29/04/2014

Università degli studi di Verona
in collaborazione con SWG S.p.a. - Trieste
L’Osservatorio sui Consumi delle Famiglie(OSCF) dell’ Università degli studi di Verona e la società SWG di Trieste sono lieti di presentarLe la newsletter sulle strategie di consumo delle famiglie. È un'iniziativa scientifica con lo scopo di monitorare con cadenza annuale gli orientamenti di consumo e lo stile di vita delle famiglie italiane.

2/2012 - Nubi di ieri sul nostro domani

Indice
  • Presentazione
  • Più formiche, meno cicale: consumi e stili di vita in caduta, di Domenico Secondulfo
  • Sbarcare il lunario, di Lorenzo Migliorati
  • La fiducia è arrivata al capolinea, di Luigi Tronca
  • La marca alla ricerca di conferme, di Francesca Setiffi


Presentazione

I dati che presentiamo in questo numero della nostra newsletter ci confermano una tendenza che avevamo rilevato già in passato: la crisi economica investe le famiglie e non accenna a demordere. Anche nel 2011 (e sarà interessante vedere quel che è accaduto nel 2012) i consumi delle famiglie italiane sono diminuiti, le spese aumentate, le risorse precipitate.

Ne va della fiducia dei consumatori nelle possibilità economiche della propria famiglia, come ci mostra efficacemente Luigi Tronca; gli stili di vita e di consumo si modificano e ripiegano verso il basso come nota Domenico Secondulfo. Si tratta di un trend confermato anche dall’analisi di Francesca Setiffi sulla fedeltà dei consumatori alla marca, vera e propria cartina di tornasole del benessere e del consumo del “superfluo”. La crescita a tutti i costi sembra lasciare il posto, nell’immaginario delle famiglie italiane al tentativo di “fare con quel che si ha”, quando non a ridurre strutturalmente il livello dei consumi. Il futuro ci dirà se si tratta di una tendenza in consolidamento o di un fattore congiunturale: quel che, al momento ci pare certo è che gli italiani sono ferocemente alle prese con il lunario da sbarcare. Come se il fantasma passato della povertà di ieri (probabilmente ancora fresco nella memoria di molti) si riaffacciasse prepotentemente alle porte del presente e dipingesse i contorni del futuro.

Più formiche, meno cicale: consumi e stili di vita in caduta

Anche in quest'ultimo anno la crisi economica ha continuato a flagellare l'Europa ed in particolare gli Stati del sud Europa, e l'Italia pur non condividendo fortunatamente i problemi di altre nazioni del sud Europa vede progressivamente impoverirsi la propria popolazione e diminuire il potere d'acquisto delle famiglie, in particolare delle famiglie dell'ormai sfilacciato ceto medio. Sempre più spesso la stampa si sofferma sui preoccupanti cali delle vendite di oggetti di consumo e di status che in precedenza avevano fatto la fortuna di varie nazioni europee, una per tutte l'auto che da ormai parecchio tempo non vede altro che saldi negativi nella sua progressione di vendita. Avevamo visto negli anni precedenti come questa situazione di progressivo restringimento del potere di acquisto delle famiglie e, soprattutto, di drastico cambiamento della prospettiva di reddito futuro che, come è ormai attestato, è una delle chiavi motivazionali più forti nell'orientamento alla spesa dei singoli e, soprattutto, delle famiglie, avesse fortemente modificato le strategie di acquisto dei vari gruppi familiari, colpendo fortemente circa un terzo delle famiglie italiane costrette a rinunciare non soltanto ai beni più costosi, ma anche in generale alla quantità e perfino alla qualità degli oggetti acquistati. A parte questa situazione di forte ed oggettivo disagio, Il gruppo in cui i processi decisionali erano e sono tuttora in cambiamento, è quello che vede le famiglie del ceto medio alle prese con il tentativo di difendere i propri consumi ed evitare il loro drastico ridimensionamento attraverso strategie di riorganizzazione dei comportamenti di consumo. Prima fra tutte il confronto dei punti vendita e l'informazione sul rapporto qualità-prezzo dei beni desiderati ed offerti dalle strutture di distribuzione. Abbiamo visto attraverso l'indagine dell'anno scorso, come questa riorganizzazione strategica abbia permesso ad una certa parte delle famiglie del ceto medio di riconquistare delle quote di reddito disponibile da reinvestire nella ricerca di qualità o in comportamenti di consumo che sono appannaggio di quel ristretto gruppo di famiglie che non ha risentito della crisi economica ed ha potuto mantenere i propri comportamenti e le proprie aspettative nei confronti delle strutture distributive intatti. Abbiamo visto infatti che una piccola ma significativa quota di nuclei familiari è riuscita ad affiancare, recuperandole, alle caratteristiche maggiormente economico-merceologiche che in precedenza li guidavano, caratteristiche di relazione con i punti vendita tipiche dei ceti più abbienti, come il rapporto di fiducia e la cortesia dei negozianti o la presenza di servizi aggiuntivi rispetto alla semplice vendita del prodotto. Benché il dato numerico non sia altissimo, si è trattato, a nostro avviso, di un indicatore molto importante, che mostra la capacità reattiva dei nuclei familiari che, una volta assorbito l'impatto del crollo del potere di acquisto sono riusciti a riorganizzare le proprie strategie di consumo in modo da recuperare dei comportamenti e delle attenzioni di selezione dei punti vendita, che in un primo momento erano stati costretti ad abbandonare per i criteri maggiormente economici e difensivi. Abbiamo quindi mantenuto anche nella indagine del 2011 il set di indicatori che ci aveva permesso di costruire negli anni scorsi quelle tipologie di comportamento familiare. Vediamo senz'altro cosa è emerso.

Innanzitutto, l'analisi statistica ci ha permesso di riconfermare l'esistenza dei tre gruppi di famiglie che avevamo individuato sin dall'inizio: "formiche", "accorti", "clienti". Nel complesso, anche le caratteristiche comportamentali dei tre gruppi si mantengono inalterate e cioè: le formiche sono quelle famiglie che sono state costrette a ridurre significativamente sia la quantità che la qualità dei prodotti, che devono sistematicamente rinunciare ai prodotti più costosi e che devono dedicare un tempo crescente alla caccia di offerte speciali, al confronto fra i prezzi e a ridurre ogni tipo di spreco. Gli accorti sono quelle famiglie che cercano di difendere il proprio stile di vita il più possibile attraverso strategie di ottimizzazione del reddito disponibile, in particolare confrontando sistematicamente i prodotti tra loro, cercando di inseguire il migliore rapporto tra prezzo e qualità, difendendo, in questo caso, soprattutto la qualità dei prodotti anche a scapito di una loro riduzione quantitativa. Non acquistano necessariamente i prodotti più economici come le famiglie del primo gruppo, ma il maggior prezzo deve essere ampiamente giustificato da una maggiore qualità. Sono famiglie che hanno anche riorganizzato il proprio menù degli acquisti, e confrontano regolarmente non soltanto i prezzi dei prodotti ma anche le condizioni operate dai vari punti di vendita. Esse continuano a rappresentare la parte maggioritaria delle famiglie italiane. Da ultimi quelli che abbiamo chiamato clienti, in quanto mantengono nei confronti dei punti di vendita quelle aspettative care alla borghesia e che più si avvicinano all'idea del cliente, cioè il rapporto fiduciario con il venditore, la presenza di servizi che contornano la semplice vendita delle merci, la cortesia dei venditori nonché la comodità dei punti di vendita, non facendo quasi menzione di strategie volte ad una attenzione economica nei propri acquisti.

Nel 2011 la consistenza di questi tre gruppi era la seguente: formiche 33%, accorti 40% dei clienti 27%.

 Quali considerazioni possiamo trarre dal confronto con l'indagine precedente?

L'informazione più importante che si trae dal confronto tra i due anni è purtroppo la conferma di quanto le statistiche ci stanno suggerendo da diverso tempo, cioè che la forbice tra i redditi si sta allargando sempre più decisamente, e che una delle conseguenze più negative di questa crisi, ormai strutturale, è che ci sta regalando un mondo dove le differenze di reddito e di status tra cittadini sono sempre più profonde. Infatti, il gruppo delle formiche tende purtroppo ad aumentare il proprio peso, mentre il gruppo degli accorti si sta lentamente svuotando, aumenta, anche se un po' meno velocemente (i dati presentano vari scenari, qui ci atteniamo ad un andamento medio) anche il gruppo dei clienti prefigurando la continuazione di un trend già iniziato un anno fa, quello cioè in cui alcune famiglie con strategie sia di stili di vita che di acquisto riuscivano a recuperare gli stili di acquisto del ceto superiore, staccandosi verso l'alto dal gruppo degli accorti, la novità è che vi sono quote crescenti di famiglie che si staccano dal gruppo degli accorti per atterrare, verso il basso, nel gruppo delle formiche. Molto probabilmente questo significa che a fronte di alcune famiglie che sia per una maggiore razionalizzazione delle strategie di consumo, sia per una maggiore capacità di fronteggiare la crisi economica, possono recuperare strategie di acquisto di profilo superiore, quote crescenti di famiglie, al contrario, non riescono più a fronteggiare il calo del potere d'acquisto attraverso strategie di acquisto o di stile di vita, e devono rinunciare alla qualità ed alla quantità per concentrarsi unicamente sul prezzo.

(Domenico Secondulfo)

La fiducia è arrivata al capolinea

I dati raccolti alla fine del 2011 dall’Osservatorio sulle Strategie di Consumo delle Famiglie fanno registrare un clamoroso tonfo per la fiducia sentita dagli intervistati per la futura situazione economica familiare. L’indicatore che prendiamo in considerazione è stato costruito a partire dalla seguente domanda: “Pensando alla situazione economica familiare del prossimo anno, si ritiene: per nulla preoccupato, scarsamente preoccupato, preoccupato, fortemente preoccupato”.

È utile ricordare che nella precedente indagine condotta dall’Osservatorio nel 2010 i casi (n = 2.007) si distribuivano nel modo che segue: “per nulla preoccupato” = 7,4%; “scarsamente preoccupato” = 41,5%; “preoccupato” = 40,4%; “fortemente preoccupato” = 10,7%. Ebbene, nella nuova indagine la situazione si presenta piuttosto modificata, nel senso che appare cresciuta, in misura rilevante, l’incidenza della preoccupazione tra gli intervistati (n = 2.008): “per nulla preoccupato” = 3,9%; “scarsamente preoccupato” = 29,7%; “preoccupato” = 49,2%; “fortemente preoccupato” = 17,2%. In sostanza, l’area della preoccupazione (“preoccupato” + “fortemente preoccupato”) è passata dal 51,1% del campione, nel 2010, al 66,4%, nel 2011, facendo registrare un incremento, preoccupante, del 15,3%.

Alla luce di queste evidenze, diviene piuttosto importante capire quali sono, secondo gli ultimi dati rilevati, le caratteristiche che tendono a coesistere con la presenza di preoccupazione per il benessere economico familiare. Facendo riferimento all’area della chiara preoccupazione (“preoccupato” + “fortemente preoccupato”) si nota che le donne appaiono più preoccupate degli uomini: 69,2% contro 63,4%. Non emergono differenze significative rispetto all’età dei rispondenti, mentre si identifica una relazione di segno negativo con il reddito familiare mensile fatto registrare dalle famiglie di appartenenza dei rispondenti (il 15,2% dei casi non ha fornito informazioni sul reddito). Riportiamo di seguito, per ogni fascia di reddito, la percentuale di coloro che si sentono preoccupati o fortemente preoccupati: reddito inferiore a 1.000 euro = 84,2%; reddito compreso tra 1.001 e 2.000 euro =  75,1% ; reddito compreso tra 2.001 e 4.000 euro = 60,3%; reddito superiore a 4.000 euro = 39,8%. La differenza tra la prima e l’ultima classe di reddito familiare, rispetto alla preoccupazione per la condizione economica futura della famiglia, è pari, nel 2011, a +44,4%. È molto interessante anche l’esito dell’analisi delle differenze tra macroregioni. Se nel Nord-ovest del Paese si sente preoccupato o molto preoccupato il 60,1% degli intervistati e nel Nord-est il 62,2%, fa lo stesso il 69,2% degli intervistati residenti in regioni del Centro e, addirittura, il 71,8% di quelli residenti nel Sud e il 73,3% di quelli residenti nelle Isole. In sostanza, la distribuzione del senso di preoccupazione segue nel Paese quella delle manifestazioni strutturali della crisi economica (livello dei redditi, incidenza della disoccupazione, etc.). Quello che notiamo, rispetto alle grandezze socio-demografiche, è invece un’elevata tendenza alla generalizzazione della sfiducia, fenomeno che appare capace di rendere conto dell’accrescimento molto rilevante della preoccupazione registrato nel passaggio dal 2010 al 2011.

I consumi sono in genere posti in stretta connessione con la fiducia/preoccupazione rispetto alla dimensione socioeconomica, nel senso che è possibile attendersi una loro flessione al diminuire della fiducia da parte dei consumatori. Ebbene, in questa sede vorremmo provare a verificare anche se esiste da parte del consumo una capacità di incidenza sul senso di fiducia. Sono utili, a questo scopo, i dati sulla diminuzione dei consumi familiari, nell’ultimo anno, per alimentari, medicinali,  abbigliamento e calzature, arredamento per la casa, prodotti tecnologici. Dall’incrocio tra queste variabili (dicotomiche) e quella relativa al senso di preoccupazione per la futura condizione economica della famiglia di appartenenza emergono dei nessi molto forti. Di seguito, riportiamo i dati relativi al confronto, per ciascuno dei settori di consumo presi in considerazione, tra la percentuale di coloro che appartengono a famiglie che hanno ridotto la spesa nell’ultimo anno e che si sentono preoccupati (preoccupati + fortemente preoccupati) per la condizione economica familiare del prossimo anno (prima percentuale riportata) e quella di coloro che si considerano preoccupati ma non hanno registrato flessioni nella spesa familiare (seconda percentuale riportata): (1) alimentari: 87,7% contro 55,5%; (2) medicinali: 87,3% contro 57,0%; (3) abbigliamento e calzature: 80,9% contro 38,1%; (4) arredamento per la casa: 78,9% contro 34,7%; (5) prodotti tecnologici: 80,7% contro 37,7%. I nessi tra flessione dei consumi e preoccupazione per il futuro permangono anche se ricercati all’interno delle singole fasce di reddito familiare. Occorre tuttavia precisare che, mentre per gli alimentari e i medicinali essi si presentano più forti per le fasce di reddito più basse, per l’abbigliamento e le calzature, l’arredamento per la casa e i prodotti tecnologici essi sono più consistenti per le fasce di reddito familiare più elevate.

Ci sembra, in conclusione, che la crisi economica contemporanea abbia sostanzialmente accresciuto, in modo particolare dal 2011, la preoccupazione per la stabilità economica familiare, la quale si presenta piuttosto generalizzata e fortemente collegata alla compressione dei consumi. 

(Luigi Tronca)

Sbarcare il lunario

Sbarcare il lunario. Un’espressione antica, un po’ desueta, cristallizzata nella lingua italiana nell’Ottocento. La modernità si affacciava, il progresso avanzava, le disuguaglianze sociali procedevano dalla penuria e dalla fame. Oggi no. Oggi è tutto diverso. La modernità è a disposizione di tutti, il progresso ha pervaso ogni aspetto della nostra vita, la crescita economica avanza. Il problema non è più quello della mancanza di risorse, piuttosto è quello della distribuzione ineguale della ricchezza. La società della fame è stata definitivamente sostituita da quella della sazietà; l’opulenza ha soppiantato la penuria e aperto, addirittura, alla riflessione sulle modalità catastrofiche con cui la ricchezza è prodotta come ci insegnano le feconde riflessioni sulla società della tarda modernità.

Eppure gli italiani sono ancora alle prese con il lunario da sbarcare. Di più, tirare la fine del mese è diventato (secondo le nostre rilevazioni del 2011) un problema di non poco conto.

Vorrei soffermarmi brevemente su alcuni dati che mi paiono significativi per poi svolgere una breve riflessione à côté dei dati statistici in nostro possesso.

Secondo la rilevazione sui consumi delle famiglie italiane operata a fine 2011, il 70% delle famiglie è stata costretta dalla crisi economica galoppante a cambiare il modo di fare la spesa : principalmente riducendo il volume il volume degli acquisti in maniera più o meno massiccia a seconda dei settori merceologici. Si va dai settori che hanno risentito meno (si fa per dire…) della caduta: alimentari e medicinali/cura della persona per i quali le famiglie che hanno dichiarato una contrazione nei volumi di spesa sono rispettivamente il 34% e il 31%, a quelli maggiormente aggrediti dalla crisi quali l’abbigliamento (66%), la tecnologia (67%) e l’arredamento per la casa (72%).

Accanto a questi dati impressionanti, che sarà interessante confrontare con le rilevazioni relative al 2012, ne spicca un altro: il 21% delle famiglie intervistate dichiara di non riuscire ad arrivare a fine mese con le risorse economiche a disposizione. Così, esse hanno dovuto intaccare il risparmio accumulato negli anni (50%), hanno fatto la spesa con la carta di credito (23%), fatto più straordinari o lavoretti integrativi, anche in nero (26%).

Il 15% degli intervistati dichiara di non riuscire ad arrivare alla fine del mese e di sostenere le spese in altri modi. È su questo dato che vorrei accendere un riflettore perché le modalità che essi hanno dichiarato mi paiono particolarmente illuminanti.

Il modo più diffuso di sbarcare il lunario consiste nel tagliare le spese superflue e, a volte, anche quelle necessarie: «facciamo rinunce», «non compriamo», «facciamo senza», ma anche «ci priviamo di qualsiasi cosa che non sia indispensabile» o «cerchiamo di risparmiare anche sulla luce, l’acqua e il gas cucinando poco». Impressiona, infine, che qualcuno «rinunci a quasi tutto».

Un secondo modo per sostenere le spese familiari e arrivare alla fine mese consiste nel procrastinare o rimandare le uscite. «A volte saltiamo la rata da pagare», «non paghiamo le bollette», «rimandiamo i pagamenti» sono esempi di questo comportamento.

Un terzo modo consiste nel farsi aiutare: dalla «Caritas», dagli «amici», ricevendo «acconti sullo stipendio da recuperare con la tredicesima e la quattordicesima» o ricevendo «sovvenzioni dai figli».

Il quadro che emerge dalle espressioni utilizzate dai nostri intervistati è certamente preoccupante e, a tratti, desolante. Le strategie che, in generale, essi adottano per fronteggiare le spese e il costo della vita consistono in generale nella riduzione, più che nell’aumento di produttività: un segnale di fatica e che mostra, possiamo ipotizzare, che la crescita a tutti i costi va diventando un obiettivo difficile da centrare. «Tiriamo la cinghia, no» dice un intervistato: un’altra espressione desueta che pensavamo dimenticata e superata.

La marca alla ricerca di conferme

Merci sugli scaffali dei supermercati, nelle vetrine dei negozi, visualizzate nel negozio virtuale, incorniciate dalla narrazione creata dalla marca, capace di trasformarle in oggetti di comunicazione da “spendere” nei diversi contesti sociali. L’evoluzione della marca, “luogo delle metafore”, ha accompagnato la trasformazione dell’Italia dal boom economico al nuovo millennio, sapendo reinventare il proprio immaginario simbolico, riuscendo ad intercettare il mutamento del “gusto” delle famiglie italiane fino a diventare parte della storia sociale del Paese.

La crisi ha però destabilizzato le consuetudini di acquisto, che si erano ormai consolidate negli ultimi decenni, e qualche piccolo segno di “malessere” sembra toccare anche il “magico” mondo della marca. Accanto a uno zoccolo duro di fedeli alla consuetudine, la quasi totalità delle famiglie italiane rappresenta invece il profilo di un consumatore che pone una particolare attenzione alla comparazione tra prodotti e affidandosi, di conseguenza, alla marca solo dopo averne verificato la congruenza con le caratteristiche del prodotto.  Solo il 16,3% delle famiglie italiane dichiara di comprare sempre le stesse marche e quindi gli stessi prodotti, il 78,8% preferisce invece mantenere una certa di dose di fedeltà per acquisti routinari affiancando però la continua scelta di nuove marche e di nuovi prodotti mentre il 4,9% sceglie per i propri acquisti sempre marche diverse.

Il 71% delle famiglie italiane ha cambiato il proprio modo di fare la spesa e dentro questo mutamento si avvisano oggi i primi segnali di una trasformazione dello stile di vita. La spesa delle famiglie italiane continua ad essere molto “accorta” (tab. 1) e orientata sia al confronto tra prezzi, sia alla riduzione degli sprechi. Se però la ricerca del prezzo più conveniente rappresenta una sorta di strategia di breve periodo che serve a contrastare la crisi economica, la riduzione degli sprechi è invece maggiormente legata a una rivisitazione dello stile di vita, assumendo una traiettoria di medio – lungo termine. Le famiglie sono invece meno concordi nel ridurre quantità e qualità dei beni acquistati, puntando maggiormente l’attenzione sul mantenimento integrale del paniere di beni acquistati. Questo atteggiamento rappresenta un segnale di adattamento delle famiglie italiane all’attuale situazione economica, identificando una capacità di adeguarsi alla mutevole scena sociale.

 

Tab. 1 - Potrebbe indicare quale delle seguenti affermazioni definisce il suo modo di fare la spesa (scala da 1 a 10 dove 1-per nulla, 10 – moltissimo) – valori medi

Presto più attenzione ai prezzi

8,27

Ho cercato di ridurre gli sprechi

8,27

Vado più a caccia di offerte

7,98

Ho rinunciato ai prodotti più cari

7,32

Rinuncio alle marche costose

7,22

Solo per la qualità di alcuni beni spendo di più

7,04

Ho ridotto le quantità

6,80

Mi sono adattato a una qualità inferiore per tutto

5,36

 

La scelta del miglior rapporto qualità-prezzo può incidere in modo negativo sulle funzioni di “garanzia” e di “qualità” della marca, che diventano ancillari rispetto alla crescente sensibilità del consumatore alle offerte promozionali.

Un primo sintomo di sofferenza della marca è dato proprio dalla crisi che riverbera una crescente attenzione del consumatore alle strategie di confronto tra prodotti che, invece, durante i periodi di crescita, sono “affidate” alla marca. Il consumatore della crisi assume in proprio le principali funzioni della marca, sospendendola da una serie di “responsabilità” legate principalmente alla funzione di riconoscimento di un prodotto e alla sua ricostruzione simbolica. Così facendo, il consumatore “fai da te” si sostituisce al lavoro di narrazione simbolica e segnica della marca, erodendo in tal modo la sua funzione di “consigliera” per gli acquisti. Se però il consumatore diventa più accorto, “critico” e selettivo, significa che la logica del piacere che lo guida si sta ancorando a una idea di austerità che le marche, al meno per il momento, faticano a comunicare.

Le famiglie italiane presentano gradi di fidelizzazione differente rispetto al settore merceologico. È il settore dei beni alimentari a riscuotere il più alto livello di successo, seguito dai medicinali e dai prodotti di cura per la persona. Questo può essere ricondotto al riconoscimento che le famiglie italiane continuano ad attribuire alla marca, in particolar modo nella sua funzione di garanzia della qualità e della salubrità dei prodotti. La marca in questi settori assume un valore di “difesa” rispetto a prodotti che potrebbero essere dannosi per la salute delle famiglie e che riguardano pertanto la cura del corpo attraverso il cibo, i medicinali e i prodotti per l’igiene. Infine i diversi tassi di fiducia che le famiglie esprimono nei confronti della marca sono anche riconducibili ai diversi stadi di crisi che i settori merceologici stanno attraversando. Le famiglie italiane si dichiarano “fedeli e molto fedeli” alla marca: nel 76% per i beni alimentari; nel 37,5% per l’abbigliamento e le calzature; nel 25,1% per gli oggetti e l’arredamento per la casa; e nel 71,6% per i medicinali e la cura della persona.

 

Tabella 2 - Famiglie “fedeli/molto fedeli” alla marca per settore merceologico, dati in %

 

Emerge un valore protettivo della marca nel quale le famiglie si riconoscono per tutelare la salute legata alla alimentazione e alla cura del corpo. Anche nei prodotti tecnologici la fedeltà di marca è sostanzialmente diffusa tra le famiglie italiane, rappresentando un’ultima roccaforte del suo valore simbolico. I settori maggiormente danneggiati sono coloro che sono già in crisi, e quindi maggiormente penalizzati dalla riduzione dei consumi.

La funzione di scelta del miglior prodotto non è più affidata “ciecamente” alla marca e questo porta il consumatore a ricercare per proprio conto, senza delegare appunto alla marca, la ricerca della qualità e della convenienza. Ed è su questa base che la marca dovrebbe ricostruire un legame di fiducia con il consumatore, valorizzando le caratteristiche del paniere di beni con diretti rimandi alla dimensione della qualità. 

(Francesca Setiffi)

Direzione: D. Secondulfo – M. Pessato
Coord. metodologico L. Tronca – I. Di Pelino
Ogni Newsletter presenta i dati raccolti nei mesi di novembre o dicembre dell'anno che precede la sua pubblicazione tramite indagini campionarie sul tema dei consumi degli individui residenti in Italia, con almeno 25 anni di età. La costruzione del campione, la raccolta dei dati e la predisposizione del database sono svolte, ogni anno, dalla società di ricerca SWG S.p.A. Il campione è selezionato ex ante all’interno del panel SWG composto da circa 60.000 iscritti. Per l’estrazione del campione è utilizzato un metodo di campionamento stratificato per quote, il cui universo di riferimento è identificato nella popolazione italiana con almeno 25 anni di età residente in Italia al 1 gennaio dell’anno in cui si svolge la rilevazione. Il campione è selezionato in base ai parametri di sesso, classe di età (25-34, 35-44, 45-54, 55-64, almeno 65 anni) e area geografica di residenza (Nord-ovest, Nord-est, Centro, Sud, Isole). Al fine di riuscire a costruire un trend di lettura dei dati ulteriore rispetto a quello emergente dalla ripetizione dell’indagine, a partire dal secondo anno di rilevazione una parte del campione non è stata sostituita nel passaggio da una rilevazione alla successiva (componente panel). I dati sono stati raccolti attraverso la metodologia CAWI (Computer Assisted Web Interviewing). Al termine della rilevazione, se necessario, si è provveduto ad una ponderazione ex post del campione al fine di porre rimedio alle distorsioni derivanti potenzialmente dagli arrotondamenti in fase di definizione della numerosità campionaria e dalla non completa copertura delle quote stabilite nella fase di progettazione dell’indagine.
OSCF Osservatorio sui consumi delle famiglie - SWG S.p.a.
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