Torna indietro
 
Newsletter n. 1 29/04/2014

Università degli studi di Verona
in collaborazione con SWG S.p.a. - Trieste
L’Osservatorio sui Consumi delle Famiglie(OSCF) dell’ Università degli studi di Verona e la società SWG di Trieste sono lieti di presentarLe la newsletter sulle strategie di consumo delle famiglie. È un'iniziativa scientifica con lo scopo di monitorare con cadenza annuale gli orientamenti di consumo e lo stile di vita delle famiglie italiane.

1/2011 - Stratificazione sociale, crisi e consumi

Indice
  • Presentazione
  • Lavoro e disponibilità economica, di Giorgio Gosetti
  • A proposito di riduzione della spesa, di Luigi Tronca
  • Tempi di crisi: la spesa delle famiglie italiane, di Francesca Setiffi
  • Scelgo il negozio: ma specializzato, di Cristina Lonardi
  • Gli italiani non dormono notti tranquille, di Debora Viviani
  • Stanno tutti bene: chi più chi meno, di Cristina Lonardi


Presentazione

Nella consequenzialità presente tra i lemmi che compongono il titolo di questo numero della Newsletter dell’OSCF è racchiuso il ragionamento che abbiamo provato a seguire nel corso del commento dei dati. Molto semplicemente, abbiamo ipotizzato che la crisi economica degli ultimi anni stia intervenendo nel rapporto tra stratificazione sociale e consumi acuendo le differenze tra le famiglie.

Ragionando sul nesso tra lavoro e disponibilità economica delle famiglie italiane, emerge con chiarezza, dall’analisi dei dati, lo “scivolamento verso il basso” della classe media e si assiste, in definitiva, ad una polarizzazione più marcata tra famiglie benestanti e famiglie povere. Questo quadro trova un completo riscontro anche negli esiti dell’analisi della contrazione della spesa nell’ultimo anno, che tocca ormai in misura rilevante il settore dei beni di prima necessità (alimentari, medicinali, etc.).

Inoltre, a rimanere indietro sono le famiglie con figli, i lavoratori più giovani e il Mezzogiorno. Alla dimensione economica della stratificazione sociale vanno allora aggiunte quella familiare, quella generazionale e quella territoriale.

Detto questo, come possiamo dormire sonni tranquilli? A quanto pare, ci riusciamo perché, nonostante tutto, le nostre famiglie si sentono in salute… anche se non tutte allo stesso modo.

Lavoro e disponibilità economica

Nel corso dell'ultimo anno per buona parte degli intervistati la situazione lavorativa all'interno della famiglia è rimasta sostanzialmente uguale. Per quanto riguarda i singoli componenti del nucleo familiare, dalle risposte degli intervistati rileviamo che la situazione lavorativa è peggiorata per il 15,1% delle madri/mogli/partner, per il 15,3% dei padri/mariti/partner, per il 14,0% dei figli conviventi lavoratori e per il 10,3% delle altre persone conviventi che lavorano. Relativamente a queste tre componenti del nucleo familiare notiamo che un miglioramento viene invece segnalato rispettivamente nel 2,8%, 2,7%, 4,8% e 2,3% dei casi.

Per quanto riguarda la valutazione della situazione economica complessiva della famiglia, al 18,6% di soggetti che la ritiene precaria e rileva la necessità di ricorrere a rinunce e al taglio delle spese familiari, si aggiunge un 46,7% di intervistati che, pur considerando soddisfacenti le risorse familiari rispetto alle principali esigenze, si vede comunque costretto ad operare alcune rinunce o tagli alla spesa. A considerare buona (senza possibilità di risparmio), se non addirittura ottima (con qualche possibilità di risparmio), la situazione economica della famiglia è il restante 34,7%.

 

L'82,8% degli intervistati sostiene che il reddito di cui dispone la famiglia è sufficiente per coprire le spese mensili. A questo proposito è piuttosto interessante ricostruire quali sono le strategie che i 345 soggetti che non sono di questo avviso affermano di praticare per arrivare a fine mese. Agli intervistati era data la possibilità di scegliere fra otto strategie differenti, potendo indicarle anche tutte o segnalarne eventualmente altre non previste. La strategia maggiormente praticata è quella di ricorrere ai risparmi accumulati in passato, scelta operata dal 47,5% degli intervistati. Altre strade percorse, che, va ricordato, non si escludono fra loro, sono quelle del ricorrere a prestiti da parenti e amici (23,1%), dedicare personalmente, o da parte di qualche altro familiare, più tempo al lavoro facendo straordinari (21,8%), pagare con la carta di credito (18,4%), ricorrere a prestiti da finanziarie e banche (17,1%) o integrare il reddito familiare attraverso qualche lavoretto, anche non regolare (13,5%). Sono poco praticate strade quali acquistare dai negozianti che fanno credito, ricorrere al prestito da privati o altre non meglio specificate.

Se guardiamo all’interno dei due sottogruppi più critici, quello di coloro che sostengono di rilevare un peggioramento della situazione lavorativa familiare e quello di coloro valutano come precaria la situazione economica familiare, notiamo che la loro composizione vede presenti in misura proporzionalmente maggiore quanti hanno un titolo di studio di licenza media inferiore/qualifica professionale o un diploma di maturità, sono disoccupati o in cassa integrazione/mobilità, hanno una condizione di lavoro autonomo, piuttosto che dipendente, o atipico, se lavoratori dipendenti sono insegnanti o operai (generici, specializzati o anche con responsabilità di coordinamento di altri), se autonomi sono artigiani o commercianti, se attualmente pensionati erano impiegati di concetto, appartengono a famiglie con un solo genitore o con un solo componente (soprattutto se anziano), hanno un reddito inferiore ai 2000, ma e soprattutto ai 1000 euro mensili, e vivono al Sud. Un profilo di intervistati sostanzialmente uguale a quello appena decritto è anche quello che valuta come insufficiente il reddito familiare per coprire le spese mensili.

All'interno del sottogruppo che considera precaria la situazione economica della famiglia, inoltre, notiamo una forte spaccatura fra quanti ritengono basso (71,0%) o medio-basso (40,3%) il livello socioeconomico familiare e quanti lo ritengono medio (7,1%), medio-alto (3,0%) o alto (7,7%). Una contrapposizione che ritroviamo, più o meno con gli stessi valori percentuali, anche quando guardiamo al sottogruppo di coloro che considerano insufficiente il reddito familiare mensile.

In generale, si registrano quindi segnali di rafforzamento nella polarizzazione della situazione socioeconomica familiare, legati in particolare ad uno scivolamento verso il basso di persone che tradizionalmente occupavano posizioni centrali, posizioni in via di parziale svuotamento.

(Giorgio Gosetti)

A proposito di riduzione della spesa

Una strategia di ricerca per ottenere una stima dell’impatto esercitato dalla crisi economica in corso sulle strategie di consumo delle famiglie italiane consiste nella registrazione delle percezioni relative all’eventuale flessione del livello di spesa.

Quasi 3 famiglie su 4 (65,6%) dichiarano di aver dovuto ridurre nell’ultimo anno le spese finalizzate all’arredamento della casa (mobili, oggettistica, etc.). Dello stesso tenore è l’impatto generato dalla crisi economica sulle spese per l’acquisto di prodotti tecnologici, che sono diminuite per il 60,7% delle famiglie contattate. Molto rilevante è anche la percentuale di famiglie che hanno speso meno per l’abbigliamento e le calzature (59,3%). Piuttosto impressionanti, se si considerano i settori merceologici coinvolti, sono poi i dati relativi alla diminuzione della spesa per i generi alimentari e per i medicinali e i prodotti di igiene e cura della persona, infatti circa 3 famiglie su 10 hanno speso meno nell’ultimo anno per mangiare (29,0%) e per curarsi (26,2%). 

 

L’ordine tra i settori merceologici appena delineato non muta se si prende in considerazione la percentuale media di riduzione della spesa, nel corso dell’ultimo anno. La spesa è stata ridotta del 29,4% per l’acquisto di arredi per la casa, del 24,1% per l’acquisto di prodotti tecnologici e del 19,8% per l’acquisto di abbigliamento e calzature, mentre la flessione media è più contenuta e pari, rispettivamente, al 4,9% e al 4,4%, per l’acquisto di generi alimentari e di medicinali e prodotti per l’igiene e la cura della persona.

Le famiglie più in difficoltà sono in generale le coppie con figli sia al di sopra che al di sotto dei 18 anni di età, che fanno registrare una flessione della spesa per l’arredamento nel 71,3% dei casi, per i beni tecnologici nel 68,5%, per l’abbigliamento nel 67,4% e per gli alimentari nel 37,7%. Da segnalare poi la situazione delle famiglie monogenitoriali – in particolare difficoltà rispetto a tutti i settori merceologici, con l’eccezione degli alimentari e dei medicinali – e delle persone sole, fino a 65 anni o con più di 65 anni di età. Riguardo a questi ultimi tipi familiari, è importante evidenziare la situazione delle persone sole che hanno fino a 65 anni di età. Gli intervistati compresi in questa categoria hanno un’età media di poco più di 47 anni. Ebbene, quote rilevanti di questi intervistati fanno registrare flessioni di spesa per il vestiario (62,5%) e, allo stesso tempo, per i generi alimentari (35,2%) e i medicinali (32,8%).

Incide sulla flessione dei consumi delle famiglie il reddito mensile netto (n = 1.672)? La risposta è sì, come ci si poteva naturalmente aspettare. Quello che forse non ci si sarebbe attesi è la misura in cui il reddito manifesta il suo peso. In termini molto sintetici, si può dire che il punto di equilibrio tra le situazioni di maggiore e quelle di minore deprivazione è individuabile nella soglia dei 2.000 euro mensili netti di reddito familiare. Veniamo all’analisi della riduzione della spesa per le fasce di reddito più problematiche. Per le famiglie che guadagnano da 1.001 a 2.000 euro al mese, la spesa per l’arredamento della casa è diminuita nel corso dell’ultimo anno nel 75,2% dei casi, quella per l’acquisto di prodotti tecnologici nel 72,2% dei casi, quella per l’acquisto di abbigliamento e calzature nel 72,0% dei casi, quella per l’acquisto di alimentari nel 37,0% dei casi e quella per l’acquisto di medicinali nel 33,4% dei casi. Per le famiglie che guadagnano, invece, meno di 1.000 euro netti al mese le cose vanno ancora peggio. Ecco le percentuali dei casi che hanno registrato una flessione della spesa, per ciascuno dei settori merceologici presi in considerazione: arredamento per la casa = 89,7%; prodotti tecnologici = 83,8%; abbigliamento = 86,3%; alimentari = 61,5%; medicinali e prodotti per l’igiene e la cura della persona = 62,1%. Inutile forse sottolineare quanto risultino allarmanti, in modo particolare, le riduzioni di spesa per generi alimentari, medicinali e abbigliamento.

Cosa emerge, infine, se prendiamo in esame le differenze tra le aree geografiche del Paese? Iniziamo evidenziando che il Nord ha dovuto sacrificarsi per la crisi molto meno del Mezzogiorno, mentre il Centro occupa una posizione intermedia, rispetto alla riduzione di spesa per i vari settori. Per l’arredamento, la flessione ha riguardato nell’ultimo anno il 78,2% delle famiglie residenti nelle Isole, il 73,8% di quelle residenti nel Sud e “solo” il 55,6% delle famiglie residenti nel Nord-ovest e il 62,8% di quelle residenti nel Nord-est, il Centro fa infine registrare la percentuale del 66,2%. Vediamo, in sintesi, le percentuali di casi che riferiscono di una diminuzione di spesa rispetto gli altri settori. Prodotti tecnologici: Isole = 73,6%; Sud = 71,3%; Centro = 60,0%; Nord-est = 53,6%; Nord-ovest = 52,4%. Abbigliamento:  Isole = 73,7%; Sud = 67,6%; Centro = 61,9%; Nord-est = 53,6%; Nord-ovest = 48,9%. Alimentari: Isole = 38,9%; Sud = 37,7%; Centro = 27,0%; Nord-est = 24,0%; Nord-ovest = 22,9%. Medicinali e prodotti per l’igiene e la cura della persona: Isole = 34,3%; Sud = 32,4%; Centro = 24,1%; Nord-est e Nord-ovest = 22,2%. In definitiva, ecco la classifica delle macroregioni rispetto alla capacità di mantenimento della spesa propria delle famiglie, per come emerge dall’indagine: (1) Nord-ovest; (2) Nord-est; (3) Centro; (4) Sud; (5) Isole.

Le famiglie più “deboli”, più esposte alla crisi, e che si ritrovano ad aver speso meno per i generi di prima necessità rispetto al 2009 sono le coppie con figli grandi e piccoli, i giovani che vivono soli, quelle che guadagnano meno di 2.000 euro al mese e quelle che abitano nel Mezzogiorno. Il quadro che emerge da questo sguardo generale è complesso e necessita di ulteriori approfondimenti, che possono però partire dall’assunto che il Paese è attraversato da profonde diseguaglianze sociali, legate alle appartenenze geografiche e al livello di ricchezza delle famiglie. Tali differenze intaccano ormai la capacità di rispondere ai bisogni primari delle famiglie e la loro presa nefasta sul livello di benessere è paradossalmente accresciuta da una delle azioni maggiormente finalizzate alla riproduzione della società… la procreazione.

Nel mirino della crisi economica ci sono i bambini, i giovani lavoratori e le aree che necessitano di maggiore sviluppo economico: in altre parole, nel mirino della crisi c’è il futuro del Paese.

(Luigi Tronca)

Tempi di crisi: la spesa delle famiglie italiane

Molte famiglie italiane (oltre il 60%) dichiarano di aver cambiato il modo di fare la spesa a seguito della crisi.  Ciò ha comportato l’attivazione sia di “strategie di sopravvivenza”, sia di “strategie di adattamento”, determinando una generale modifica del loro precedente stile di consumo. Tra gli intervistati che dichiarano di aver modificato il modo di fare la spesa, il 40,5% svolge un lavoro dipendente nel settore pubblico e privato, il 12,4% svolge un lavoro autonomo, il 2,6% un lavoro atipico, il 26% è pensionato e infine nel 18,6% dei casi non lavora (es. casalinga, studente, etc.).

Oltre il 50% dei soggetti quindi, pur lavorando, ha modificato le proprie abitudini di acquisto e consumo a seguito della crisi. Non si tratta quindi di persone temporaneamente escluse dal mercato del lavoro bensì di “consumatori-lavoratori” che si trovano in difficoltà, pur percependo un reddito mensile derivante da un’attività di lavoro dipendente, autonomo o atipico. Tra i lavoratori dipendenti, che hanno modificato le proprie strategie di consumo, il 49,6% è un impiegato di concetto; tra i lavoratori autonomi, il 45,2% è un libero professionista; tra i lavoratori atipici il 45,2% è un collaboratore occasionale. I più colpiti dalla crisi, e dai suoi effetti nelle strategie di consumo, restano coloro che hanno conseguito un diploma di maturità (44,8%), seguiti dai laureati (con o senza un titolo di studio post laurea) (35,7%). Oltre la metà degli intervistati si trova quindi in una situazione di crisi, pur esercitando un’attività lavorativa ed essendo in possesso di un titolo di studio.

Che la crisi colpisca anche le categorie incluse nel mercato del lavoro è altresì comprovato dall’analisi del livello socioeconomico delle famiglie. La fascia maggiormente colpita dalla crisi è quella media (53%), seguita dalla medio-bassa (34,1%). Segno che il mutamento socio-economico sta producendo un impoverimento del livello medio, il quale sta adottando strategie di consumo proprie del livello medio-basso. A sua volta il fenomeno determina un impoverimento del livello medio-basso, che si orienta verso il livello basso.

Le strategie anti-crisi che gli italiani adottano nella scelta dei prodotti tra gli scaffali sono per lo più orientate alla ricerca di offerte e promozioni (media sulla scala 1-10 – dove 1 “per nulla d’accordo” e 10 “completamente  d’accordo”: 8,43), al confronto dei prezzi (8,70) e alla riduzione degli sprechi (8,65). Si tratta quindi di selezionare con maggiore attenzione i beni sul mercato e di adeguare il proprio stile di consumo al “nuovo” livello di reddito disponibile. L’accordo si esprime, ma con minor intensità, nella riduzione del consumo di prodotti più cari (7,80) e nella rinuncia alle marche più costose (7,59).

Le famiglie italiane diventano più accorte nella selezione delle offerte, riducono gli sprechi e iniziano a rinunciare all’acquisto di tutti i beni di consumo considerati “costosi” che gravano in maniera particolare sul bilancio familiare.

 

 Considerando il livello socioeconomico della famiglia e il livello di reddito disponibile, emerge come tutte le famiglie italiane siano orientate ad eliminare il superfluo. È chiaro che si tratta di eliminare, qualora possibile, lo spreco. Accanto infatti alla riduzione del cosiddetto sovrappiù, le famiglie con un reddito mensile netto di 1000 euro optano (anche) per una generale riduzione della quantità di tutti i prodotti consumati con un valore medio di 8,06, che decresce all’aumentare del reddito disponibile (fino a 2000 euro-7,61; da 2000 a 4000-7,06; oltre i 4000-6,28).

Concludendo, le parole chiave delle strategie anti-crisi messe in atto dalle famiglie italiane sono: “rinuncia”, “accortezza” e “selezione”. La prima pesa maggiormente sulle famiglie composte dalla “generazione mille euro”, ma ha iniziato ad erodere anche le certezze delle famiglie che appartengono a un livello socioeconomico medio. L’attenzione agli acquisti e alle offerte proposte nel punto di vendita è trasversale a tutti gli strati sociali, sebbene sia percepita con maggiore intensità dalle famiglie con un reddito basso. 

(Francesca Setiffi)

Scelgo il negozio: ma specializzato

La cura di sé, della propria salute, del proprio malessere fisico più o meno passeggero ci fa ricorrere all’acquisto di medicinali e di prodotti sia per l’igiene che per la cura della persona.

A chi ci rivolgiamo per acquisti simili? Dove andiamo?

Va detto subito che si tratta di prodotti in parte sui generis. È evidente che alcuni medicinali, quelli su prescrizione medica, sono venduti esclusivamente nelle farmacie, negozi cioè specializzati, dedicati a quello specifico prodotto non acquistabile altrove.

Ma ci sono altri “medicinali” come quelli cosiddetti “da banco” che si possono comprare certamente in farmacia, ma anche nelle parafarmacie. Anche nelle erboristerie si possono trovare medicinali, differenti spesso da quelli presenti in farmacia, ma pur sempre tali. Spesso troviamo in questi luoghi, così come in settori ad hoc di alcune farmacie, prodotti di medicine alternative, omeopatici, naturali, etc.

In tutti questi posti sono in vendita poi prodotti per l’igiene e la cura (estetica, ma anche fisica) della persona: creme, pomate, prodotti dietetici, per l’insonnia, per il raffreddore, per gli stati influenzali, per il mal di testa, etc.

E allora dove andiamo più spesso per questo genere di acquisti? Nell’ultimo anno, per il settore merceologico di cui ci stiamo occupando abbiamo deciso di abbandonare quasi completamente le bancarelle così come i mercati e i discount.

Vediamo un po’ più da vicino quali sono i nuovi punti vendita dei quali ci serviamo prevalentemente per gli acquisti di medicinali e prodotti per l’igiene e la cura della persona: bancarelle/mercati 0,7%; discount 2,7%; centro commerciale/supermercato 36,1%; negozio specializzato 59,3%; nuove forme di acquisto (usato, gruppi di acquisto solidale, etc.) 1,2%. In estrema sintesi il 95,4% dei rispondenti si muove tra il centro commerciale e il negozio specializzato.

Se l’etichetta negozio specializzato evoca immediatamente quanto visto sopra, e cioè farmacia, parafarmacia, erboristeria, volendo anche profumeria, il centro commerciale così come il supermercato trovano, a nostro parere, una forte giustificazione della percentuale che presentano se consideriamo che oggi ogni centro commerciale ha una propria parafarmacia, così come capita di trovarne anche all’interno dei grandi supermercati in cui ci sono, inoltre, zone dedicate a prodotti sia per la cura e l’igiene della persona sia per alimentazioni particolari (per chi sta seguendo un certo regime dietetico, per chi soffre di allergie alimentari, etc.).

Andiamo, quindi, di preferenza nei centri commerciali ma soprattutto nei negozi, in particolare nei negozi specializzati: quelli elencati poco sopra. Questi luoghi garantiscono una relazione diretta con lo specialista dietro al banco, farmacista, erborista, o altro esperto che sia, cui rivolgersi per un consulto o per un consiglio o per ricevere informazioni su quanto acquistiamo. Sono però luoghi dove rimane pressoché inalterata anche l’autonomia decisionale del cliente che può acquistare su sua personalissima scelta farmaci da banco, medicinali alternativi o altri prodotti di cura o cosmesi a suo piacimento.

Bene o male tutti frequentiamo questi due punti d’acquisto per le nostre necessità di cura e salute in modo abbastanza simile rispetto al genere: uomini e donne non si differenziano nelle scelte. Notiamo, invece, alcune difformità di preferenza a partire dal titolo di studio. Tra chi non ha alcun titolo o la licenza elementare il 51,3% va al centro commerciale o supermercato e il 46,2% preferisce il negozio. Per tutti gli altri, dalla licenza media fino al titolo post laurea, la scelta rivela percentuali invertite e quindi più basse per il centro commerciale con una media del 37,2% e più alte per il negozio specializzato con una media del 57,9%.

Secondo le età, infine, pur tra una certa equità della distribuzione delle percentuali tra le diverse fasce di età, notiamo che tra gli over 65 ben il 64,5% si rivolge al negozio specializzato e solo il 34,4% al centro commerciale. Certamente una persona anziana è portata a confidare e cercare di più una relazione diretta con l’esperto e c’è poi da sottolineare come alcuni grandi centri commerciali non siano facilmente raggiungibili se non con mezzi propri. Questo potrebbe essere d’ostacolo alle persone più anziane.

L’acquisto, allora, di medicinali e prodotti per l’igiene e la cura della persona ha dei luoghi di elezione all’interno dei quali il consumatore, se vuole, se ne ha bisogno, può trovare specializzazione e concentrazione di più e diversi prodotti in un unico posto, così come può avere la possibilità di entrare in relazione con un esperto quando necessario o quando si sceglie di consigliarsi con qualcuno. 

(Cristina Lonardi)

Gli italiani non dormono notti tranquille

Il 92,6% delle famiglie intervistate è, in diversa misura, preoccupato per la propria situazione economica familiare (il 10,7% è molto preoccupato) e uno dei motivi è l’inutile tentativo di risparmiare: c’è chi c’ha provato, ma non c’è riuscito (64,9%)! Per cercare di risolvere questa situazione, gli italiani cercano aiuti esterni. Il 52,5% si rivolge a parenti ed amici, il 33,1% a società finanziarie e il 19,2% alle banche.

C’è anche chi prova a risollevare la situazione interpellando la fortuna… il 70% chiede aiuto alla dea-bendata. Magari questa volta “non è bendata”.

Ma chi sono i preoccupati?

Il “ricco Nord” sembra realmente tale. Le persone più preoccupate sono, infatti, gli abitanti delle Isole (62,2%) e del Sud (60%).
 

Ed ecco un ritratto delle famiglie più preoccupate. Come si poteva immaginare: hanno un’abitazione in affitto/subaffitto (59,5%) o in comodato gratuito (56,8%), un reddito medio-basso (72,2%) o basso (91%; il numero di famiglie fortemente preoccupate corrisponde al 50%) e, parlando di soldi, la preoccupazione corrisponde ad un reddito inferiore ai 2.000€. È preoccupato l’81,2% di chi ha un reddito inferiore ai 1.000€ mensili e il 61,3% di chi guadagna 1.001-2.000€.


 
 
 

Anche la situazione lavorativa non sorprende. I più preoccupati sono coloro che hanno un lavoro atipico (80%), soprattutto chi ha il cosiddetto lavoro non in regola (80%) e chi vive di contratti occasionali (83,3%). Ma anche i lavoratori indipendenti non sembrano molto più sereni: più della metà si dichiara preoccupato per la propria situazione (52,5%).

Se poi pensiamo che molte volte chi ha lavori atipici sono giovani… c’è da dire che non solo gli italiani sono preoccupati, ma coloro che dovrebbero pensare al futuro, i giovani appunto, sono in realtà tormentati dal presente.
A questo punto, chi dorme serenamente la notte?

(Debora Viviani)

Stanno tutti bene: chi più chi meno

Come va la sua salute in generale oggi?

Risposta: stanno tutti bene. Come il titolo di un film italiano di qualche tempo fa.

Talmente bene che il 47,8% si colloca tra Molto bene (10%) e Bene (37,8%). E non sono pochi quelli che se la cavano Discretamente (45,5%) rispetto alla salute. Coloro, poi, che stanno Male sono il 6,3%. La percentuale di chi, infine, sta Molto male arriva a mala pena allo 0,4%.

 

Un riferimento per affermare che, tutto sommato, sembra che il quadro diagnostico sia più che positivo è quello dell’indagine Istat 2005 sui medesimi dati del contesto italiano. L’Istat ha rilevato i valori seguenti: Molto bene 17,9%; Bene 42,2%; Discretamente 32,3%; Male 5,7%; Molto male 1,3%.

Ciò che stiamo analizzando è il giudizio che una persona attribuisce alla propria condizione di salute al di là di quanto oggettivamente rilevabile o della presenza di una malattia. In sintesi è il “Come mi sento” e abbiamo visto che, tutto sommato, “Mi sento bene”.

Se diamo un’occhiata più ravvicinata, troviamo qualche dettaglio in più.

I giovani ed i giovani adulti sono quelli che stanno meglio. Infatti, tra chi sta Molto bene, almeno 1/3 ha tra i 25 ed i 34 anni e tra chi sta Bene un 1/3 circa si posiziona nella fascia d’età tra i 35 ed i 44 anni. Gli over 65 si collocano per lo più in quel 45,5% che riporta di sentirsi Discretamente (18,2%) e sono la metà circa di coloro che, invece, si sentono Male.

Assistiamo qui ad un andamento tipico dei livelli di salute osservati secondo le età: tale quota diminuisce all’aumentare dell’età anagrafica ed è consolidato che questo avvenga, tra le altre cose, a causa del tipico declino della funzionalità fisica che caratterizza le età più elevate (anziani e grandi anziani).

Rispetto al genere, poi, vediamo che le donne valutano il loro stato di salute peggiore rispetto a quello degli uomini: le motivazioni non sono tuttora chiare nemmeno nella letteratura specialistica. Si ripresentano anche qui, infatti, quelle differenze riguardo alla percezione di salute che ricorrono spesso (sempre?) tra uomini e donne. Queste ultime dichiarano di stare un po’ meno bene degli uomini. Due esempi. Tra coloro che stanno Bene, cioè il 37,9% del totale, lo scarto uomini (20,3%)/donne (17,6%) è del 2,3% a favore degli uomini. Se guardiamo a chi sta Male lo scarto è del 3,4% a favore ancora degli uomini e tutto questo vuol dire sostanzialmente che sono di più le donne che stanno Male rispetto agli uomini.

Rispetto ai livelli di reddito familiare, si nota che dichiara di sentirsi Bene o Molto bene, il 30,6% di coloro che vivono in famiglie con un reddito mensile inferiore a 1.000 euro. Tale percentuale cresce gradualmente al crescere del reddito, fino ad arrivare al   52,3% di coloro che vivono in famiglie con più di 4.000 euro di reddito mensile netto.

Guardiamo, da ultimo, dove si sta meglio e dove peggio. Le percentuali di Molto bene registrano i livelli più bassi a Sud, mentre le percentuali riferite allo stare Bene e Discretamente si distribuiscono in modo equo nel Paese. È nel Nord-est, infine, che si concentrano un po’ di più coloro che stanno Male: 10,7% (di chi abita in quelle zone).

Pur tra differenze, peraltro attese, tra le età, i generi e i livelli di reddito, il quadro generale che emerge in merito ai giudizi espressi sulla propria salute è confortante nelle sue tendenze al positivo e addirittura al molto positivo. 

(Cristina Lonardi)

Direzione: D. Secondulfo – M. Pessato
Coord. metodologico L. Tronca – I. Di Pelino
Ogni Newsletter presenta i dati raccolti nei mesi di novembre o dicembre dell'anno che precede la sua pubblicazione tramite indagini campionarie sul tema dei consumi degli individui residenti in Italia, con almeno 25 anni di età. La costruzione del campione, la raccolta dei dati e la predisposizione del database sono svolte, ogni anno, dalla società di ricerca SWG S.p.A. Il campione è selezionato ex ante all’interno del panel SWG composto da circa 60.000 iscritti. Per l’estrazione del campione è utilizzato un metodo di campionamento stratificato per quote, il cui universo di riferimento è identificato nella popolazione italiana con almeno 25 anni di età residente in Italia al 1 gennaio dell’anno in cui si svolge la rilevazione. Il campione è selezionato in base ai parametri di sesso, classe di età (25-34, 35-44, 45-54, 55-64, almeno 65 anni) e area geografica di residenza (Nord-ovest, Nord-est, Centro, Sud, Isole). Al fine di riuscire a costruire un trend di lettura dei dati ulteriore rispetto a quello emergente dalla ripetizione dell’indagine, a partire dal secondo anno di rilevazione una parte del campione non è stata sostituita nel passaggio da una rilevazione alla successiva (componente panel). I dati sono stati raccolti attraverso la metodologia CAWI (Computer Assisted Web Interviewing). Al termine della rilevazione, se necessario, si è provveduto ad una ponderazione ex post del campione al fine di porre rimedio alle distorsioni derivanti potenzialmente dagli arrotondamenti in fase di definizione della numerosità campionaria e dalla non completa copertura delle quote stabilite nella fase di progettazione dell’indagine.
OSCF Osservatorio sui consumi delle famiglie - SWG S.p.a.
Contatti
lorenzo.migliorati@univr.it - debora.viviani@univr.it
Fax 045 8028039
 
Torna indietro