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Newsletter n. 2 22/04/2014

Università degli studi di Verona
in collaborazione con SWG S.p.a. - Trieste
L’Osservatorio sui Consumi delle Famiglie(OSCF) dell’ Università degli studi di Verona e la società SWG di Trieste sono lieti di presentarLe la newsletter sulle strategie di consumo delle famiglie. È un'iniziativa scientifica con lo scopo di monitorare con cadenza annuale gli orientamenti di consumo e lo stile di vita delle famiglie italiane.

Newsletter 1/2010

Indice
  • Presentazione
  • Primo: ridurre le spese, di Domenico Secondulfo
  • Il consumatore nomade, di Domenico Secondulfo
  • La fiducia, una merce scarsa, di Luigi Tronca
  • Aiutati che il ciel ti aiuta…(forse). Situazione economica e gioco d’azzardo, di Debora Viviani
  • Adelante Pedro con prudencia, di Paola Di Nicola


Presentazione

Dopo tanti discorsi la crisi economica che ha investito il mondo ed il nostro paese inizia a farsi sentire. Si avviano all’esaurimento gli ammortizzatori sociali ed un numero sempre maggiore di famiglie si trova a dover modificare le proprie strategie di acquisto, nel tentativo di salvaguardare lo stile di vita abituale alla luce delle nuove difficoltà.
A parte un gruppo abbastanza esiguo di famiglie che può permettersi di non cambiare le proprie abitudini, la grande maggioranza delle famiglie italiane si trova di fronte alla banale ma scomoda alternativa di dover ridurre gli acquisti. In alcuni casi la riduzione è netta, nella maggior parte dei casi invece la transizione è soffice e le famiglie tentano comunque di salvaguardare la qualità pur cercando prezzi più convenienti.  In questa “decrescita controllata” si salvano soltanto gli alimentari ed i beni legati all’igiene della casa ed alla cura della persona. Per tutti gli altri il taglio è vigoroso: dal 30 al 40%.
La stretta sta cambiando i consumatori: si consolida la figura del consumatore attento, informato e libero dai vincoli con negozi o negozianti. Un consumatore nomade ed esigente che non cambierà le sue caratteristiche anche quando potrà tornare a spendere come prima.

Primo: ridurre le spese

Che in un momento di crisi economica una delle prime risposte delle famiglie è persino banale, il 67% delle nostre famiglie ha cambiato modo di fare la spesa a seguito della crisi economica.

Confrontare i prezzi ma anche ridurre gli sprechi, cercare le promozioni ma anche rinunciare ai prodotti più costosi, continuare a cercare la qualità ma anche rinunciare alle marche costano di più.

L’ineluttabile riduzione degli acquisti non colpisce però tutte le merci indiscriminatamente, sono soprattutto l'oggettistica e l'arredamento a subire le riduzioni più cospicue, con tagli che arrivano oltre il 40%, l'abbigliamento, con tagli che arrivano fino al 30%, ed i prodotti tecnologici, con tagli che arrivano fin quasi al 40%.

Si salvaguardano invece i livelli di spesa per i medicinali ed i prodotti per la cura della persona, con tagli attorno al 18%, e per gli alimentari, anche in questo caso non oltre il 17%. Una strategia sicuramente molto ragionevole, che mostra con chiarezza quali sono i beni che le nostre famiglie considerano irrinunciabili e quali invece quelli considerati meno necessari.

La riduzione delle spese non viene vissuta dalle famiglie come una scelta meditata, anche quelle famiglie che ritengono di non avere cambiato il proprio modo di fare la spesa hanno in realtà ridotto fortemente il volume degli acquisti, non molto di meno di quelle famiglie che invece affermano di avere modificato il loro modo di spendere.

Naturalmente questo è logico in quei settori in cui la riduzione è stata meno forte, come gli alimentari ed i beni per la cura e l'igiene della persona, ma anche negli altri settori la differenza tra chi ha cambiato modo di spendere chi ritiene di non averlo cambiato non arriva superare il 5%.

Emerge con chiarezza la difficoltà che le nostre famiglie incontrano in questa fase economica, spesso condizionate dalla riduzione del reddito ad operare scelte di cui non si rendono forse neppure conto e che comunque non riescono a governare con strategie mirate e consapevoli.

Ovviamente, il reddito della famiglia è una delle variabili dominanti, ma per trovare un'incidenza significativa bisogna andare, in positivo, oltre i € 4000 mensili, ed in negativo sotto ai € 1000 euro, tutto il resto dell'Italia, quella che era la grande classe media, si comporta sostanzialmente allo stesso modo.

(Domenico Secondulfo)

Il consumatore nomade

Con la necessità di difendere i propri livelli di consumo ed il proprio reddito, sono in aumento le famiglie che sperimentano più negozi alla ricerca del maggior rapporto tra prezzo e qualità.

L'idea di fedeltà ad un “proprio” negozio entra sempre più in crisi, soprattutto per quei beni che non sono alimentari o prodotti per l'igiene del corpo.

In questo campo sono ancora abbastanza alte la fiducia e l’abitudine, e soltanto il 10% delle nostre famiglie ha cambiato fornitore nell'ultimo anno, mentre per tutti gli altri beni, circa un quarto delle famiglie, nell'ultimo anno, ha cambiato fornitore, e comunque, anche per questi beni i "fedelissimi" non sono più del 15%.

Si abbandonano i negozi specializzati per i prezzi troppo alti (tra il 20 e il 24% delle famiglie), si abbandonano le bancarelle ed i mercati per la scarsa qualità, soprattutto per l'abbigliamento, gli elettrodomestici e gli oggetti per la casa (27-28% delle famiglie), sempre per la scarsa qualità si abbandonano anche i discount per quasi tutto: oggettistica, elettrodomestici, abbigliamento (24-25%), ma anche per gli alimentari e l'igiene personale (20%).

Anche da questo punto di vista il centro commerciale regna sovrano: soltanto il 10-15% delle nostre famiglie lo ha abbandonato, e quasi unicamente per l'abbigliamento.

Ma dove sono andate le nostre famiglie?

Per gli alimentari ed i prodotti tecnologici tutti nei supermercati e nei centri commerciali (dal 60 al 70%), per l'abbigliamento, per l'arredamento domestico e per i prodotti di bellezza e di igiene della persona, si corre ancora nei negozi specializzati (50%) sopportando magari prezzi un po' più alti per una migliore qualità.

Considerando che l'abbigliamento e l'arredamento domestico hanno subito contrazioni importanti di volumi di acquisto, sembra che siano quasi unicamente i negozi specializzati nel campo dei prodotti di bellezza e di igiene della persona a mantenere sia una certa clientela fissa che un certo volume di spesa.

Nel campo della capacità di scelta e della pazienza di selezione, i maschi scontano il fatto di essere arrivati in ritardo sul fronte della spesa, sono più fedeli ai punti di acquisto e alle marche abituali in tutti i settori merceologici, mentre sono le femmine, forti della loro esperienza, le più nomadi, confrontando prezzi, qualità, negozi, offerte, promozioni, anche perché, nonostante tutto, è ancora la donna a decidere gli acquisti della famiglia, soprattutto in quelle aree di spesa che meno hanno subito riduzioni, come gli alimentari o i prodotti per la cura e l'igiene; e quando non decide da sola, è comunque a fianco di chi compra per orientare e consigliare.

(Domenico Secondulfo)

La fiducia, una merce scarsa

Per rilevare il livello di fiducia delle famiglie italiane, abbiamo chiesto agli intervistati di dirci in quale misura, per fare fronte alle necessità quotidiane, le loro famiglie possono generalmente fare affidamento sull’aiuto dei parenti non conviventi, degli amici, dei colleghi di lavoro e dei conoscenti e amici dei parenti.
Inoltre, abbiamo raccolto informazioni circa il grado di accordo con la frase “Gran parte della gente è degna di fiducia”, che esprime la tendenza generale a concedere fiducia interpersonale, anche verso coloro cioè che non si conoscono direttamente. Dall’analisi dei dati emerge una realtà piuttosto sorprendente.
Le famiglie italiane ripongono infatti nei parenti non conviventi la medesima quantità di fiducia che è riposta in generale nelle persone (conosciute e non): cioè, poca.

 
All’interno di una scala che va da 1 (non ha mai fiducia) a 10 (ha sempre fiducia), il livello di fiducia della famiglia italiana nell’aiuto dei parenti non conviventi per far fronte alle necessità quotidiane arriva al valore medio di 5,25, mentre l’accordo con la frase “Gran parte della gente è degna di fiducia” arriva a 5,02.
Particolarmente basso appare poi il livello di affidabilità che le famiglie riconoscono agli amici (3,56), ai conoscenti e amici dei parenti (2,67) e, soprattutto, ai colleghi di lavoro (2,59).
In definitiva, le famiglie italiane sentono di potersi fidare poco, per affrontare le necessità quotidiane, delle reti informali che le circondano, le quali, nel migliore dei casi, sono soltanto capaci di beneficiare di un senso di fiducia generalizzato.
La fiducia negli amici è ancora più bassa nel Nord-Ovest del Paese (3,31) e nelle Isole (3,32). Lo stesso primato negativo è registrato da queste due aree rispetto alla fiducia nei colleghi di lavoro e nei conoscenti e amici dei parenti. Il primato negativo rispetto alla fiducia nelle altre persone il Nord-Ovest (4,91) lo condivide invece con il Sud del Paese (4,84).
Altre differenze interessanti emergono rispetto alle fasce di reddito familiare mensile netto. Le famiglie più povere – cioè quelle con reddito mensile fino a 2.000 euro – fanno registrare i livelli più alti di fiducia verso i parenti non conviventi (tra i 5,53 e i 5,66 punti), quelle più ricche – con reddito mensile superiore ai 4.000 euro – fanno registrare invece il livello più basso (4,97).
La fascia di reddito più debole concede però con più difficoltà fiducia in generale alle persone (4,55 punti, contro i 5,41 delle famiglie più ricche).
In definitiva, dobbiamo dire che, con buona pace delle retoriche relative al presunto familismo presente nel nostro Paese, che si manifesterebbe attraverso pratiche collettive di natura particolaristica, in Italia le famiglie fanno fatica a costruire reti di relazioni affidabili e questo fenomeno è presente in maniera molto significativa nel Nord-Ovest e nelle Isole.
Non esiste quindi un Meridione più particolaristico, in cui le relazioni parentali e quelle elettive appaiono più affidabili che nel resto del Paese: anche questa sorta di assunto andrebbe, a quanto pare, rimosso.

(Luigi Tronca)

Aiutati che il ciel ti aiuta…(forse). Situazione economica e gioco d’azzardo

In un momento di crisi economica, più o meno vissuta dalle famiglie italiane, più o meno percepita dalle stesse, quanto gli italiani spendono (in tempo e soldi) per farsi baciare dalla dea bendata?
In generale, possiamo dire che le zona d’Italia nella quale si gioca di più a superenalotto, lotto, bingo e totocalcio lotto è il sud e le isole.
Se analizziamo i dati, scopriamo, infatti, che il nord e il centro sono le zone meno interessate al gioco d’azzardo, in fin dei conti di questo si tratta.
Infatti, dichiarano di non giocare mai il 30,3% degli abitanti del nord-ovest, il 25,1% del nord-est e il 20% degli abitanti del centro Italia. Più si scende, geograficamente parlando, più l’interesse per il gioco sale. Sono solo il 15,9% degli abitanti del sud e l’8,7% di quelli delle isole che affermano di non scommettere mai.
Ma perché si gioca??
La speranza sembra il motore trainante.
Se confrontiamo, infatti, la situazione economica, o meglio la situazione economica percepita dalle famiglie, con il gioco d’azzardo, chi gioca non è chi ha più disponibilità economia, e può quindi permetterselo, ma è invece chi giudica la propria situazione economica familiare precaria.
E questo è, soprattutto, una caratteristica del sud e delle isole, le stesse zone dove, come abbiamo detto precedentemente, sono maggiormente diffusi questi giochi.
Più della metà di coloro che valutano la propria situazione economica familiare precaria e, contemporaneamente, dichiarano di giocare a superenalotto, lotto, bingo, totocalcio, etc, proviene infatti da queste zone: il 26,9% dal sud mentre ben il 34,6% dalle isole.
Che dire?
Si spera forse che la dea bendata aiuti a risollevare le sorti economiche della propria famiglia???
In fin dei conti, si sa, la fortuna aiuta gli audaci.

(Debora Viviani)

Adelante Pedro con prudencia

Più della metà delle famiglie italiane riesce a soddisfare tutte le esigenze familiari, attuando tuttavia strategie di oculatezza. In particolare se circa il 28% considera sufficienti le risorse economiche ma arriva a fine mese senza aver accantonato nulla, ben il 44,4% fa quadrare i conti dovendo però fare alcuni i sacrifici e imporsi dei limiti, all'insegna appunto della "prudencia" di manzoniana memoria.

La virtù tipica degli italiani e per molti politici la forza della famiglia - vale a dire la sua capacità di risparmio - è ormai un patrimonio molto elitario che riguarda meno dell'8% delle famiglie.

In un panorama generale contrassegnato da prudenza e parsimonia più o meno forzate, spicca e preoccupa quel 20,8% di famiglie che considera precaria la propria situazione economica e che è costretta non solo stringere la cinghia ma anche a fare debiti.

Percentuale, quest’ultima, ben più elevata del dato relativo all’incidenza delle famiglie che si collocano al di sotto della linea della povertà (circa il 12% secondo le ultime stime dell’ISTAT), a conferma del fatto che chi si colloca, come reddito disponibile, appena al di sopra della linea della povertà non diventa ipso facto ricco, ma, nella migliore delle ipotesi, è un indigente variamente sfumato!

Il senso di incertezza dovuto al fatto che le risorse delle famiglie sono percepite dalla maggior parte dei rispondenti come precarie o quantomeno appena sufficienti, penetra più in profondità nei gruppi sociali la cui presenza nel mercato del lavoro non è o non è più sufficientemente garantita.

Rispetto al dato generale di un 20,8% di famiglie che considerano precaria la propria situazione economica, la percentuale è più che doppia – 43,4% - tra i disoccupati (compresi i cassaintegrati e coloro che sono alla ricerca di una prima occupazione), seguiti, a scalare, dai lavoratori atipici (34,6%), dai non occupati (pensionati, casalinghe e studenti) – 21,8% - e gli occupati (15,1%.).

Tra i lavoratori, la situazione di precarietà delle risorse è sottolineata con più forza dagli autonomi – 16,9% - rispetto ai dipendenti (15,1%), mentre all’interno dei due grandi comparti del mondo del lavoro, la condizione di precarietà cresce nel passaggio, ovviamente, dai profili professionali più elevati a quelli più bassi. In particolare, tra i dipendenti maggiori sofferenze sono sottolineate dalle famiglie operaie (29,7%), seguite, a scalare, da quelle degli insegnanti – 17,2%- degli impiegati (sia di concetto che esecutivi) – 12,8% - e dei dirigenti-direttivi (6,1%). Tra autonomi e liberi professionisti, artigiani (35,3%), commercianti (30,8%), lavoratori autonomi (28,2%), liberi professionisti (14,4%) e imprenditori (7,7%) denunciano, a scalare, situazioni economiche familiari precarie.

Il disagio dunque non colpisce solo i disoccupati, ma anche coloro che sono inseriti stabilmente e regolarmente nel mercato del lavoro, indebolendo la posizione di gruppi tradizionalmente considerati forti e garantiti quali artigiani, commercianti e operai.

Tra questi gruppi l’area del disagio colpisce circa una famiglia su tre: valore tutt’altro che basso, che cresce se si prendono in considerazione anche le famiglie che le cui risorse economiche sono appena sufficienti e che aiuta a comprendere e spiegare il calo dei consumi interni.

In generale il 66,7% delle famiglie italiane sono state costrette a cambiare il modo di fare la spesa in seguito ai contraccolpi della crisi.

Le recenti difficoltà economiche del nostro paese hanno per - molti aspetti - indotto in comportanti di maggiore prudenza la maggior parte delle famiglie, anche quelle che dichiarano più che sufficienti le risorse economiche sulle quali contare.

Ma la virtù della prudenza è inversamente proporzionale alla quantità delle risorse materiali.

Ed infatti, hanno modificato il modo di fare la spesa il 25,3% delle famiglie la cui condizione economica è più che buona (riescono addirittura a risparmiare), il 51,6% delle famiglie che giungono a fine mese con i conti in pareggio, il 70,8% delle famiglie che devono fare sacrifici e operare tagli ed il 93,5% delle famiglie che considerano precaria la propria condizione economica.

In questi mesi di crisi profonda e drammatica, troppo spesso sono stati diramati inviti all’ottimismo e alla ripresa dei consumi, sottolineando la forza e la tenuta della famiglia italiana, il cui ‘tesoretto’ –risparmi – l’avrebbe salvaguardata dai contraccolpi negativi della crisi e della connessa disoccupazione. Invito esplicito ad aprire i cordoni della borsa, a mettere mano ai risparmi per ridare linfa all’asfittico mercato dei consumi.

E forse, alcune campagne per la rottamazione, hanno ottenuto qualche risultato. Permane tuttavia, una situazione di precarietà ed incertezza, più o meno diffusa e profonda, che tocca la maggior parte delle famiglie italiane che devono porsi quantomeno il problema di come arrivare a fine mese e che, tra alcuni gruppi, sia occupati che non occupati, ha generato condizioni di vita estremamente problematiche. 

Considerata, tradizionalmente, uno dei più efficienti ammortizzatori sociali, in quanto opera a favore sia degli anziani (erogando lavoro di cura ed assistenza) che dei giovani (attutendo i costi della disoccupazione giovanile), la famiglia italiana mostra in questa fase di crisi, in realtà, tutta la sua debolezza strutturale, risultato di una politica dissennata che mentre ha utilizzato la famiglia  - decantandone le virtù e l’insostituibilità – non ha mai messo nella sua agenda una seria politica sociale.

(Paola Di Nicola)

Direzione: D. Secondulfo – M. Pessato
Coord. metodologico L. Tronca – I. Di Pelino
Ogni Newsletter presenta i dati raccolti nei mesi di novembre o dicembre dell'anno che precede la sua pubblicazione tramite indagini campionarie sul tema dei consumi degli individui residenti in Italia, con almeno 25 anni di età. La costruzione del campione, la raccolta dei dati e la predisposizione del database sono svolte, ogni anno, dalla società di ricerca SWG S.p.A. Il campione è selezionato ex ante all’interno del panel SWG composto da circa 60.000 iscritti. Per l’estrazione del campione è utilizzato un metodo di campionamento stratificato per quote, il cui universo di riferimento è identificato nella popolazione italiana con almeno 25 anni di età residente in Italia al 1 gennaio dell’anno in cui si svolge la rilevazione. Il campione è selezionato in base ai parametri di sesso, classe di età (25-34, 35-44, 45-54, 55-64, almeno 65 anni) e area geografica di residenza (Nord-ovest, Nord-est, Centro, Sud, Isole). Al fine di riuscire a costruire un trend di lettura dei dati ulteriore rispetto a quello emergente dalla ripetizione dell’indagine, a partire dal secondo anno di rilevazione una parte del campione non è stata sostituita nel passaggio da una rilevazione alla successiva (componente panel). I dati sono stati raccolti attraverso la metodologia CAWI (Computer Assisted Web Interviewing). Al termine della rilevazione, se necessario, si è provveduto ad una ponderazione ex post del campione al fine di porre rimedio alle distorsioni derivanti potenzialmente dagli arrotondamenti in fase di definizione della numerosità campionaria e dalla non completa copertura delle quote stabilite nella fase di progettazione dell’indagine.
OSCF Osservatorio sui consumi delle famiglie - SWG S.p.a.
Contatti
lorenzo.migliorati@univr.it - debora.viviani@univr.it
Fax 045 8028039
 
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